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Con una mano dà, con l’altra toglie. Quasi come un demiurgo, il viceministro per le Comunicazioni, Paolo Romani, ha sancito la chiusura del 2009 con una serie di provvedimenti che hanno inflitto una batosta al settore delle produzione televisiva indipendente, facendole fare di colpo un salto indietro di almeno dieci anni. Nell’ottica del recepimento della direttiva 2007/65/Ce sui servizi di media audiovisivi, mediante il decreto legislativo approvato il 18 dicembre scorso dal Consiglio dei ministri, Romani ha infatti da un lato concesso il tanto atteso via libera al product placement, dall’altro ha provocato un indebolimento delle quote di produzione indipendente che i broadcaster devono programmare all’interno dei loro palinsesti e cancellato la possibilità per i produttori indipendenti di ritornare in possesso dei diritti residuali delle loro opere dopo un certo numero di anni (da tre a sette). Punto su cui l’Agcom si era spremuta le meningi negli ultimi anni, cercando di adeguare la regolamentazione italiana in base a quanto accade nel resto d’Europa. Come non detto, nulla di fatto. Povero Calabrò, ma soprattutto povera Associazione dei produttori televisivi, perché la nonchalance con cui il panzer Romani ha proceduto nella sua missione la dice lunga sull’ormai congenita incapacità di Apt non solo di saper fare lobbying, ma soprattutto di essere presa in considerazione nei centri decisionali. L’obbligo di investimento del 10% in favore delle opere europee realizzate da produttori indipendenti riferito a tutti gli introiti annui delle emittenti, previsto dal dlgs, di fatto indebolisce la precedente disposizione che imponeva unitamente alle reti di trasmettere le medesime opere per almeno il 10% del tempo di programmazione nelle ore di maggiore ascolto. Obbligando di fatto le emittenti a privilegiare la produzione e l’acquisto di contenuti europei e italiani di qualità in grado di competere in termini di audience anche con la migliore produzione statunitense nella fascia prime time. E dando al contempo maggiore visibilità alla cultura italiana ed europea, nonché creando qualificate opportunità di business per le società “indigene”. Perché nel caso in cui il testo passasse senza variazioni in commissione (e al momento di andare in stampa, questa sembra l’ipotesi più plausibile), qualche “palinsestaro” che pensasse di fare il furbo, paradossalmente potrebbe benissimo sentirsi autorizzato a investire quel 10% per acquistare frotte di contenuti, sì europei e indipendenti, ma buoni per essere trasmessi prevalentemente nelle ore notturne. Con buona pace della cultura e dell’imprenditorialità italiana. Già, l’imprenditorialità… Un punto doloroso su cui la produzione italiana indipendente continua a non trovare una via d’uscita, perché nella drammatica crisi di rappresentatività in cui versa (e in vista del rinnovo della presidenza Apt previsto per la prossima primavera, qualche riflessione seria andrebbe in tal senso fatta…), sarebbe masochistico continuare a pensare di potersi affidare come settore ai maneggi delle benevolenze politiche. In una fase storica in cui il numero delle piattaforme si amplia, le logiche produttive tendono a industrializzarsi e quelli che dovrebbero essere tra loro competitor tendono a fare cartello, l’unica alternativa è che i suoi operatori comincino a fare veramente gli imprenditori, mettendosi una volta per tutte in gioco anche con propri investimenti, in modo da porter legittimamente rivendicare i diritti dei contenuti da loro prodotti. Perché quanto non può e non vuole fare la politica, è possibile al mercato…
Lo so, è un adagio che Tivù va ripetendo da anni, ma quanto fatto da Romani non è la dimostrazione che avevamo ragione?
Per il resto il dlgs in questione prevede un’altra serie di chicche, come la non conteggiabilità dei canali pay e time shifted tra il tetto del 20% dell’etere concesso al singolo broadcaster e la graduale diminuzione della pubblicità dei servizi pay (Sky in primis) dal 18 al 12% in tre anni, che comportano chiare implicazioni riferibili all’effettivo pluralismo del mercato. Tutti aspetti che ci proponiamo di approfondire presto.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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