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La platea televisiva sta mutando: si parcellizza, amplia i suoi orizzonti digitali, cambia età (mediamente invecchia), è meno permeabile agli eventi. Si fa strada un’evoluzione di stampo darwiniano alla cui base c’è il telespettatore nelle sue molteplici vesti di consumatore (tv commerciale), cittadino-abbonato (servizio pubblico), cliente (pay tv).
Sono due/tre ruoli che chiunque si sieda davanti a un televisore è costretto di volta in volta a scegliere di recitare facendo semplicemente zapping col telecomando. E si tratta di una scelta che, col progressivo spegnimento dell’analogico, sta assumendo sempre maggiore rilevanza, e che le emittenti si troveranno sempre più a influenzare, essenzialmente attraverso l’offerta di contenuti e di servizi. Ecco, i servizi e la loro qualità è un argomento su cui le reti sembrano oscillare tra l’esoterismo e l’analfabetismo di ritorno. Si va dall’avanguardia tecnologica – alta definizione, 3D, video on demand, video-recording, video-streaming – al repentino cambiamento di palinsesti e a programmi che – tracimando oltre il dovuto – fanno sistematicamente carta straccia di programmazioni ed Epg. A tal proposito, non bisogna essere un utilizzatore attento di questo comodo strumento (in particolare della funzione che segnala l’inizio di un programma) per sapere che Rai e Mediaset non rispettano gli orari di messa in onda. Un male delle generaliste? Affatto: in rapporto, con La7 – in linea di massima – ci si può regolare l’orologio. Ed è un vizio al quale neanche le satellitari risultano del tutto immuni, che pure dovrebbero avere vita più facile. Vogliamo parlare di quando si provano a contattare i servizi clienti-abbonati o dell’invadenza di certi nuovi formati pubblicitari che non fanno bene né alla rete, né al programma, né all’attenzione dell’utente? E anche certe repliche fuori controllo, gli spostamenti e lo stesso spegnimento dei palinsesti estivi, cos’altro sono se non disservizi? Com’è ovvio che sia, non si possono chiedere alle commerciali prestazioni e obblighi che sono delle tv pubbliche piuttosto che delle pay tv. Vero è che gli utenti di ognuna di esse sono in parte sovrapponibili perciò, a lungo andare, dovrà consolidarsi almeno un minimo comune denominatore di regole in mancanza del quale dominerebbe la giungla e – quel che è peggio per il business tv – crescerebbe la disaffezione verso il mezzo. E i sintomi cominciano a farsi sentire. Per esempio in Rai: altro che la simpatica paraculaggine del claim sull’abbonato che ha sempre un posto in prima fila. Basta infatti scorrere la ricerca Makno sulla sua Corporate Reputation (data in discesa su vari fronti) per accorgersi che, arroccandosi nell’istituzionale ruolo di servizio pubblico, viale Mazzini ha in buona parte smarrito la sua originaria vocazione di “servizio al pubblico”.
Non si tratta di dare seguito a frustri populismi di chi stigmatizza il ruolo della televisione-supermercato (e anche se fosse? C’è qualcuno, sano di mente, nostalgico della televisione-drogheria sotto casa?), ma – appena sarà finita l’abbuffata digitale – bisognerà rimettere seriamente al centro del dibattito e dell’analisi il telespettatore, anche ricorrendo alle tante opportunità di interazione che il multimediale offre a buon mercato. Occorrerà che le reti facciano una ponderata, sana, riflessione su cosa desideri realmente l’utente che sta seduto davanti al teleschermo. E dargli, a quel punto, qualcosa in più.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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