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La tv è in deficit. Non solo economico, ma di idee. Basti vedere i programmi che nell’ultimo periodo, e nella precedente stagione, hanno serrato i battenti (da Baila! a Star Academy) – o si apprestano a farlo – a causa delle audience, insufficienti a giustificare gli investimenti. Alla ricerca spasmodica, ma decisamente infruttuosa, di un format in grado di risollevare le sorti degli share medi, si inciampa in programmi che sono la copia carbone, quindi imperfetta, di altri che già hanno a monte i loro bei problemi (di durata, di collocazione e conduzione). Si perpetua la mediocrità. E si vede. Così la platea televisiva preferisce sempre più cambiare pasto e diserta le solite mense, preferendo frequentare ristorantini con magari un solo piatto sfizioso, ma che – essendo tanti – ogni giorno della settimana possono offrire delle valide alternative. Diciamocela tutta: in questo rimescolamento di carte digitali, la tv generalista sta dimostrando di avere molto da perdere, e questo è sotto gli occhi di tutti, e nulla da guadagnare. Quindi, il deficit di idee a cui si accennava prima si fa abnorme nel momento in cui essa continua a ragionare, a scegliere i programmi, ad approntare i palinsesti come se nulla di tutto ciò stesse accadendo. È vero: gli italiani guardano sempre più televisione, ma sempre meno la generalista. A vincere non è più la solita messa cantata, sempre uguale a se stessa, dello studio con conduttore, valletta e ospiti di circostanza, né basta una telecamera più o meno nascosta per fare un reality. Questo perché – anche a livello internazionale – è il light entertainment a scontare i maggiori deficit, mentre ci sono Paesi (Usa e Uk) e brand (da Hbo a Showtime) in cui la serialità, la fiction, gode di buona salute (contrariamente a quanto accade in Italia dove in Rai si ventila un ulteriore taglio al budget di 20mln di euro e le audience del genere sono in picchiata).
Tutto ciò per dire che è arrivato il momento che la tv italiana faccia una seria e reale fuga in avanti. Perché la paura di attirare meno spot è tale da non far capire che la credibilità e l’efficacia del mezzo sta perdendo terreno anche tra gli inserzionisti. Basti leggere certe dichiarazioni che ogni mese rilasciano alla nostra rubrica “Spot&co.” i responsabili marketing delle aziende. Crisi economica a parte, gli investitori cominciano a spendere con sempre minore convinzione sulla tv intesa nella sua accezione tradizionale. E non è detto che con i canali sul digitale terrestre si riesca sempre a recuperare una simile emorragia, a tutto beneficio di internet e di attività di pr sul territorio e above the line. Eppure, la tv continua a perpetuare il suo status di medium mass market per eccellenza. Resta incomprensibile come non si intervenga subito ad attuare un cambiamento, costringendosi a mutare la propria offerta e con essa la propria platea, prima di essere obbligati ad andarsi a cercare poi i propri spettatori uno a uno sparsi ormai su altri lidi.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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