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È interessante e affascinante al tempo stesso il dibattito aperto dal celeberrimo protagonista de I soliti sospetti allo scorso Festival di Edimburgo a proposito dello stato dell’arte della serialità internazionale. Mister Keyser Soze, di recente trasformatosi in Frank Underwood per l’apprezzatissima serie House of Cards di Netflix (il serial con nove nomination agli Emmy di cui oltre che protagonista è produttore esecutivo), ha sostenuto in breve che, a causa di una mutata possibilità di distribuzione e di fruizione delle serie - ovvero l’online -, vanno rivoluzionati i paradigmi produttivi. Quindi, stop ai pilot che ingessano troppo il costrutto narrativo per pensare a prodotti che evolvano strada facendo e funzionino su tutte le piattaforme. In sintesi, vanno sovvertiti formati, personaggi e dialoghi, finanche la regia in considerazione del fatto che una cosa è vedere un telefilm sullo schermo di un televisore ultrapiatto, un’altra è goderselo su un tablet o su un pc o uno smartphone. In più c’è la possibilità di non aspettare la scansione settimanale delle puntate, ma di guardarle persino in un’unica soluzione (binge viewing). È come se le problematiche inerenti la fiction tv e le web series si concentrassero in un colpo solo per proporre la quintessenza di un genere che lo stesso Spacey non ha esitato a definire «una forma d’arte che ha eclissato il film per lo sviluppo della trama e dei personaggi». E il fatto che non ci troviamo di fronte a un esercizio retorico sta nel dato che a livello internazionale il consumo di serie tv su tablet tra il 2012 e il 2013 sia cresciuto del 6%, e l’Italia costituisce il terzo mercato mondiale.
Contrariamente a chi ritiene questa lettura del mercato come l’avvio di una lenta decadenza del genere, il dibattito sta piuttosto a dimostrarne la vitalità a condizione che non ci si fermi agli enunciati. Dopo il cavo e il satellite oggi sono l’on demand e lo streaming, che cominciano a produrre direttamente parte dei propri contenuti, fino a farne le punte di diamante della propria offerta, a dettare le linee guida più avanzate della serialità. Trasposta sul Vecchio Continente, la questione indica che ormai la sfida del multischermo per le generaliste terrestri - le uniche a produrre massicciamente serialità - è quanto mai aperta. E che continuare a produrre fiction, in particolare se esportabili, come se Netflix col suo carico di case history e di 30mln di abbonati solo in Usa non esistesse, sarebbe come chiudere occhi e orecchie davanti all’evidenza. C’è il rischio che si ampli il divario tra serialità di serie A (House of Cards ha avuto un budget di 100mln di dollari per due stagioni pari a 26 episodi) e quella cadetta (saltando la serie B per passare dalla C in poi…), e di questo potrebbero presto patirne sia i network che il pubblico.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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