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In primavera al settimo piano di viale Mazzini si cambia e le danze sono già iniziate. La scrivania del direttore generale Luigi Gubitosi appare così uno dei ricoveri più ambiti per manager vogliosi di visibilità. E bisogna proprio dire che, in virtù dell’egocentrismo tutto italiano, i papabili si sprecano entro i confini della Penisola. Così come abbondano i sostenitori pronti a salire sul carro dell’ipotetico vincitore, immaginandosi vantaggi per sé e il proprio entourage. Non si spiegherebbe altrimenti l’entusiasmo con cui viene esercitata sui giornali e nei corridoi dei palazzi del potere romano l’antica pratica del toto-nomine. Nomi che vengono indicati solo per far sapere che almeno sulla carta il designato avrebbe il know how necessario, altri che vengono suggeriti dai designatori “sbagliati” col preciso obiettivo di bruciarli, altri ancora che vengono ripetuti come una giaculatoria a ogni tornata: da quella per occupare strapuntini in una partecipata a quella per l’ennesima nomina di un viceministro o sottosegretario. Per di più, si tratta spesso di soggetti bisognosi di rilancio dopo una deludente ultima performance (vedi alle voci Bernabè piuttosto che Campo Dall’Orto). Che la Rai sia un mero terreno di conquista del potere è risaputo, quindi nessuno è così ingenuo ormai da lasciarsi prendere dallo sconforto. Ma chi pensa che un soggetto economico e culturale importante come l’azienda di servizio pubblico abbia diritto a operare nel pieno delle sue facoltà, avendo a capo un manovratore che conosca la macchina e sappia quali leve sollevare al momento opportuno, non può non provare sconcerto davanti a chi – volente o nolente – si presta a simili giochetti. La cosa che salta agli occhi è poi il fatto che costantemente il recruiting avvenga sempre e comunque al di fuori dell’azienda. Il che può voler dire sostanzialmente due cose: che la Rai non seleziona il proprio management in base alle competenze, oppure che non crea le condizioni affinché i propri manager possano crescere professionalmente in base a criteri squisitamente meritocratici. Il risultato è che oggi l’azienda non si ritrova con candidati interni veramente spendibili e credibili nella corsa alla carica di direttore generale. Volendo tacere sui soliti Giancarlo Leone e Tinni Andreatta che ormai vengono candidati anche quando c’è da scegliere il conduttore del Festival di Sanremo, non risultano all’interno dell’organico personaggi e personalità sufficientemente autonome, culturalmente attrezzate e professionalmente dotate per rispondere alle sfide imposte dalla competizione digitale. Possibile? Eppure non si possono continuare ad avere dg che appena arrivati appaiano come degli extraterrestri affatto digiuni dell’industria televisiva, i quali impiegano almeno due anni per capirci qualcosa e districarsi nei meandri di viale Mazzini per poi abbozzare qualche tentativo nel rush finale, che sarà completamente disatteso dal loro successore e vanificato dalle tenaci lobby interne. I Cattaneo, i Cappon, i Masi, i Gubitosi stanno lì a dimostrare il fatto che non esiste nessun cavaliere dall’armatura lucente che può arrivare dall’esterno a salvare la Rai, perché se il servizio pubblico vorrà farlo dovrà farlo da sé, imponendosi logiche di alta produttività e di teutonica meritocrazia. Alla base come ai vertici. Cambiando business model, status e ragione sociale.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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