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La televisione è viva e lotta insieme a noi, ma non si sa ancora fino a quando e soprattutto come. Verrebbe da commentare così i risultati dell’annuale ricerca di ItMedia Consulting sullo stato di salute del mercato televisivo europeo, relativamente al 2015. Il quadro che se ne ricava è la sostanziale tenuta (ma si arriva a parlare anche di stagnazione), nell’arco degli ultimi cinque anni, della pay tv, la lieve crescita sul 2014, sebbene ancora in perdita rispetto al 2010, della raccolta adv e pari al 2,7%, così come la flessione – di quasi l’1% – delle license fee, che invece negli anni precedenti avevano cominciato a registrare un seppur lieve aumento. Così, sullo sfondo di un’attualità che regala alle cronache le alterne vicissitudini di operatori nazionali e internazionali, si staglia tutta una serie di elementi relativi alle telco perennemente alla ricerca di contenuti premium da offrire all’utenza a completamento di un bouquet di servizi sempre più personalizzato e conveniente. Ciò significa che la pay non potrà più essere quella di una volta che puntava sull’offerta di una variegata massa critica di canali più o meno a tutti, ma si profila come quella che saprà dare a ciascuno i suoi (pochi?) canali facendogli pagare il giusto. Perché a dettare la linea dei nuovi consumi e delle tariffe che gli abbonati sono disposti a pagare ogni mese, sono ormai gli operatori Ott e Vod, così come l’online sta imponendo il passo alla raccolta adv drenando enormi risorse (25 miliardi di euro al netto) e continuando a crescere a doppia cifra negli ultimi 10 anni.

Che dire? È un universo sempre più complesso e competitivo quello in cui si è inserita ormai da tempo l’industria del broadcasting nel Vecchio Continente, costretta com’è stata anche a diluire il proprio dna inglobando al suo interno pezzi importanti dell’industria dei contenuti. In un quadro d’insieme, relativamente all’Italia, confermato dalle difficoltà di Premium e dalla positiva tenuta di Sky, nonché dall’attrazione degli operatori pay verso il business model della generalista, non va taciuta una riflessione. Ed è che se i ricavi del mercato tv arrivano sostanzialmente dalla pubblicità, dagli abbonamenti pay (e dal canone, ma quella è una storia a parte), e dalle licence fee, visto che non si possono obbligare sempre più famiglie ad abbonarsi (si parla addirittura di mercato già maturo) piuttosto che gli inserzionisti a investire, rimane l’opzione di realizzare contenuti spendibili sia a livello internazionale che sul fronte digitale. Contenuti che abbiano una vita lunga e che facciano catalogo. Su questo fronte i nostri operatori hanno ancora molta, troppa, strada da fare. Più dei loro colleghi europei. Lo so, è un concetto che andiamo ribadendo spesso su Tivù, anche se la messa in onda proprio in questo periodo de I Medici e The Young Pope, dovrebbe farci esprimere qualche segnale di ottimismo. Ma due rondini non fanno primavera, ed è facile prevedere che da qui alla fine della stagione, non si trasformeranno purtroppo in uno stormo.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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