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Esattamente dieci anni fa, quando questo giornale emetteva il suo primissimo vagito, auspicavamo che «Tivù diventasse un mezzo attraverso il quale gli addetti ai lavori possano conoscere meglio il mondo in cui operano e, anche per una minima frazione, cambiarlo». Ci siamo riusciti? A volte sì, altre forse. Ma certamente abbiamo fatto la nostra parte. Ovviamente non in beata solitudine bensì interagendo sempre con i vari attori del mercato, per aprire e tenere acceso un dibattito che non fosse puro scontro o – ancor peggio – mero gossip, ma un dialogo aperto e costruttivo seppur, a tratti, acceso. Il nostro obiettivo non è mai stato quello di far conoscere all’universo-mondo come la pensassimo su un determinato tema piuttosto che su un altro, abbiamo sempre voluto dare voce a chi il business lo fa direttamente, creando programmi, scegliendoli per le proprie reti, producendoli piuttosto che acquistando i break al loro interno. Tivù ha sempre inteso mettersi al servizio del mercato, un mercato abituato ad avere una platea composta da direttori di rete, quasi quanto da allenatori della Nazionale di calcio, in cui tutti sostengono di avere l’idea giusta sui palinsesti di qualsiasi canale o per la conduzione di ogni programma. Anche perché la televisione è un mezzo talmente di massa e pervasivo che tutti – a ragione o a torto – pensano di saperla fare, e il guaio è che a volte alcuni di questi dilettanti allo sbaraglio arrivano alle leve di comando per investitura “divina”. Detto questo, non abbiamo mai rinunciato a condurre le nostre battaglie, a lanciarle, a perseguirle e a rivendicarle negli anni, a volte al fianco di questa o quella categoria, a volte in solitudine, altre ancora per trasmettere nel nostro Paese l’eco di problematiche aperte a livello internazionale. Ci siamo da sempre spesi affinché nel “giudicare” l’offerta tv le agenzie media adottassero parametri “qualitativi” più rigorosi e sofisticati; abbiamo spinto affinché la produzione indipendente fosse considerata alla stregua di un partner industriale dalle reti; abbiamo sottoscritto appieno la necessità di approntare sistemi per far pagare a tutti gli utenti il canone Rai; ci siamo interrogati sul ruolo del servizio pubblico in un contesto multipiattaforma, nonché sull’inevitabile evoluzione della tv commerciale (free e pay); abbiamo caldeggiato la necessità che la produzione di contenuti europei, e italiani, si strutturasse per diventare più competitiva a livello globale rispetto alle produzioni Usa; abbiamo sottolineato l’essenzialità che anche nel nostro Paese si creasse un mercato plurale e competitivo.
Come dire? In dieci anni non ci siamo mai tirati indietro, siamo sempre stati coinvolti dai diretti interessati a sollevare il velo su spunti e accenti fondamentali, abbiamo puntato i riflettori su aziende e operatori che avessero qualcosa da dire, suggerire e dare a un settore che pativa di un’autistica autoreferenzialità. Ecco perché in questo numero ci è piaciuto ricordare e omaggiare tutti quegli interlocutori che ci hanno ascoltato e ai quali abbiamo dato ascolto, ricordando quali sono stati alcuni dei programmi principe delle reti, nonché gli eventi salienti di un decennio che racchiude in sé il sapore di un’era, sia editoriale che tecnologica nonché economica e strategica.
Questo numero è quasi un promemoria per il futuro per ricordare brevemente quali sono state, sono e saranno le battaglie su cui il nostro giornale si è speso, memore del fatto che ancora molte di esse vadano ancora combattute fino in fondo e (possibilmente) vinte.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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