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Una convinzione si aggira nel mondo della televisione: le piattaforme online costituiranno la definitiva chiave di volta per innestare un cambio di direzione al settore. Sarà, ma esistono diverse ragioni per sostenere un’ipotesi esattamente opposta. Almeno all’apparenza. Ovvero, che per dare una svolta positiva alle strategie economiche, editoriali e tecnologiche del piccolo schermo, non basta innestare nel solco del settore le attività dei new media, quanto piuttosto imprimere un’accelerazione ai classic media. Per intenderci, il futuro è più nelle mani della Rai che di Netflix & company. Certo, questi ultimi possono stimolare, provocare finanche – per certi versi – competere, ma da qui ai prossimi cinque-dieci anni non avranno la forza per diventare, agli occhi dei 22mln di famiglie tricolori, sua maestà “la” televisione. Perché checché se ne dica, Viale Mazzini è l’unico soggetto legittimato dal ruolo istituzionale e dalla sua storia a prendere per mano tale comparto e a lanciarlo in orbita. Ha le risorse per dettare tendenze e creare generi e, volendo, il profilo per formare professionalità. Già, perché se in oltre 12 anni di attività Sky ha dimostrato di poter fare molto, ma non tutto, in seguito alla contrazione della raccolta adv e degli investimenti sulla pay, Mediaset si è allestita un’imperscrutabile zona di sicurezza, non osando fare un passo più lungo della gamba. Il quadro risulta cristallizzato, bloccato, e così continuerà a essere fino a quando non ci si renderà conto che se si vuole che il mercato cambi, per prima deve cambiare la Rai. Diventando un soggetto in grado di farsi carico non solo del suo piano industriale, ma paradossalmente anche di quello dei competitor. Come? Mettendo in moto un circolo virtuoso di relazioni con i fornitori (dai produttori agli autori), di individuazione di inedite linee editoriali, di stimolatrice di talenti e creativi, di strategie e progetti a fondo (e audience) perduto capaci di rompere gli schemi. Facendo insomma quello che in Inghilterra la Bbc è stata demandata a fare e ha svolto egregiamente. Antonio Campo Dall’Orto sarà in grado di farlo? Non lo so. Personalmente non mi appassiona il dibattito sull’uomo solo al comando, ruolo che gli spetterebbe nelle inedite vesti di novello amministratore delegato, basterebbe che fosse quello giusto. Dall’Orto conosce il mezzo (finalmente!!!), ma è anche vero che Viale Mazzini è un pianeta a parte; ha fatto bene a Mtv (la sua versione del canale è stata seconda a livello mondiale solo a quella Usa), e altrettanto a La7, seppur con costi fuori misura e audience non proprio da capogiro. C’è di buono che stavolta è definitivamente in gioco la sua credibilità. Sa che, se dovesse sbagliare, il tonfo si sentirebbe fino al Polo Nord, perché lui è nel suo elemento naturale, mentre i suoi predecessori sono andati e venuti da settori a volte sideralmente lontani dalla televisione. Stavolta si gioca tutto, è la sfida della sua vita, molto di più di quanto lo sia per la Rai e per la televisione italiana. Chissà che questa roulette russa alla fine non torni utile un po’ a tutti.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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