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Si sprecano i commenti e le indagini sulle tendenze in atto nell’intrattenimento televisivo. Perché succede di tutto e il suo contrario. Accade che un genere dato per morente, i reality show, recuperino gradimento e ascolti. Accade che la fiction (almeno quella vecchio stampo) perda colpi. Accade che i talk politici si esercitino con sempre maggiore accanimento nell’infotainment in un crescendo emulativo dei vituperati tabloid inglesi, togliendo di fatto il mestiere a showman e soubrette. Succede di tutto e di più nella televisione italiana intimorita dalla depressione economica e in ansia da prestazione. Per certi versi, si può dire che si stanno tirando le somme di quanto i palinsesti hanno continuato a proporre negli ultimi cinque anni. Ovvero da quando Sky ha fatto il suo ingresso nell’etere italiano, e le generaliste – come se niente fosse – hanno continuato a darsi la medesima impostazione editoriale. Cullandosi nella convinzione che le tv tematiche non avrebbero mai e poi mai potuto insidiare il primato di evento mediatico che solo loro sarebbero riuscirete a regalare a una trasmissione televisiva che lo meritasse. E i conti non sembrano tornare per quelle reti – soprattutto commerciali – che hanno avuto nell’audience l’unico parametro per impostare la propria linea editoriale: alla fine più che generalisti certi canali sono diventati piuttosto generici. Come non tornano alla Rai ormai obbligata a riappropriarsi e ridefinire gli ambiti del concetto di servizio pubblico. A voler fare una lettura editoriale dei dati Auditel di prima serata, piacciono le trasmissioni fortemente identificative delle reti (L’isola dei famosi, Il grande fratello, I Cesaroni), ma anche quelle che hanno puntato a ringiovanire con intelligenza il target del canale (il brillante Tutti pazzi per amore sull’attempata RaiUno). Forse a dimostrazione che, se debitamente sollecitato, il pubblico generalista è più fedele di quanto non si creda, e più giovanile di quanto non si pensi. Sono questi spunti, segnali, appigli intorno ai quali i canali generalisti si troveranno a lavorare per rendere competitivi i loro brand nell’era della multicanalità prossima ventura. Facilitati per paradosso dalla crisi pubblicitaria in atto, che consentirebbe loro oggi di poter osare e spingere l’acceleratore senza con questo rischiare di perdere o spostare grandi fatturati sulla concorrenza.

Il passaggio di Fiorello a Sky indica che il mercato è giunto a una svolta, perché la competizione non passa più solo attraverso i contenuti premium (calcio e cinema), ma si sta spostando anche sui contenuti basic. È come se, dopo che Mediaset ha lanciato la sfida a Sky con i servizi a pagamento sul digitale terrestre, adesso la piattaforma satellitare le restituisse il favore. Certo i numeri, le audience e i modelli di business sono diversi, ma non i ricavi. E questo lo sa bene anche il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, quando tra il serio e l’impertinente continua a sostenere in ogni occasione che Sky non è poi così forte, che è sopravvalutata.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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