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Andare al MipTv di primavera a Cannes (o al MipCom in autunno) significa poter respirare direttamente l’aria che tira nel mondo della televisione internazionale. Il vento che soffia, più o meno lieve o burrascoso nell’universo dei contenuti. E negli ultimi dieci anni se ne sono visti di repentini cambiamenti climatici… Eccome. Dal trauma post 11 settembre in poi, si è come ridimensionato un certo rampantismo per fare spazio a un business più ragionato, con mergerizzazioni che hanno concentrato in pochi brand la potenza di fuoco della distribuzione, mentre piccole e veloci navi corsare si cimentavano nella sperimentazione di format e serialità più innovative. Adesso la situazione si è come placata: si punta meno agli effetti speciali, al rutilante marketing, per concentrarsi su formati più solidi.
Dov’era e, soprattutto, dov’è l’Italia in tutto questo? L’immagine che sorge spontanea è: all’angolo, così come piccolo (rispetto, per esempio, alla cugina Spagna) e animato da pochi volenterosi è da sempre il suo stand all’interno della fiera. Eccetto le collocazioni centrali di Rai e Mediaset. Ovviamente, essere a Cannes non significa in automatico vendere, soprattutto se – come accade per gran parte di quelli made in Italy – i prodotti offerti non sono all’altezza degli standard internazionali. La plastica dimostrazione di ciò si è avuta nel vedere l’affollatissimo – a tutte le ore – stand di Bbc Worldwide: una gioia per gli occhi (il catalogo presentato era di primissima scelta, dalla serialità al factual) e per il portafogli, soprattutto se paragonato al tran tran delle aree tricolori.
Eppure, avere respirato per tanti anni l’aria di Cannes spinge a ritenere che mai come adesso ci sarebbe anche per l’Italia la possibilità di conquistarsi un decoroso posto al sole. Perché l’attuale congiuntura economica rende meno aggressivi gli eventuali concorrenti, perché far sfondare un (buon) prodotto non richiede gli ingentissimi investimenti promozionali di cui avrebbe necessitato fino a pochi anni fa, perché il successo di certa serialità proveniente o ispirata dal cable Usa è la dimostrazione di un mutato sguardo da parte di quell’ampia platea di telespettatori disposta ancora a starsene seduta sul divano di casa per godersi un paio d’ore di sano intrattenimento domestico. Se ne sono accorti in Europa, non a caso nell’articolo di pag. 32 approfondiamo come Inghilterra, Francia e Germania si stiano muovendo per competere, ad alto livello, con gli studios a stelle e strisce. E l’Italia? Arranca. Nemmeno una coproduzione Rai e Arte, come quella dell’Odissea (presentata a Cannes in anteprima), riesce a essere quella che avrebbe dovuto per discostarsi dallo splendido sceneggiato del 1968 con Bekim Fehmiu e Irene Papas, e avvicinarsi all’epicità moderna di un – tanto per fare un esempio – Game of Thrones o alle sfumature interpretative di un – altro gioiello – Downton Abbey. È come se 45 anni fossero passati invano per la nostra creatività, anzi che si sia innescato un inesorabile processo regressivo. Lo stesso dicasi per l’intrattenimento.
Dobbiamo crederci? Impossibile. La verità è che si sono creati processi produttivi non virtuosi, con paure figlie spesso della scarsa padronanza del mezzo che hanno impedito a chi aveva la responsabilità decisionale, di gettare il cuore al di là dell’ostacolo per tracciare sentieri inesplorati. E che non si venga a dire che è una questione di budget, perché basterebbe fare a meno di due-tre prodotti mediocri (ma costretti a esaurire la loro “vitalità” sugli schermi nazionali) per farne almeno uno ottimo, ma spendibile oltre i confini e in grado dimostrare di quale eccellenza saremmo capaci solo se…

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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