e-duesse.it / Editorial(ist)i / Linda Parrinello

navigation

 

Uno spettro s’aggira per l’Europa. Che, nell’era della multicanalità crescente, la produzione seriale del Vecchio Continente continui a lasciare lo scettro ai prodotti d’importazione Usa. Il timore è tangibile e palese: visto che la nostra industria audiovisiva non ha saputo presidiare tutto sommato gli spazi di gran lunga più ridotti dei palinsesti analogici, è presumibile che – pressoché in automatico – le storie ambientate a New York come a Las Vegas, Miami, Los Angeles, Chicago, Boston o Washington, continueranno ad avere la meglio su quelle che hanno come sfondo Parigi, Roma, Londra piuttosto che Berlino o Madrid, anche all’interno delle programmazioni digitali. La sfida è ardua, ma inevitabile. Primo, perché non è più possibile demandare ai modelli culturali dei telefilm a stelle e strisce, che da soli occupano circa il 61% degli spazi dedicati al genere fiction dalle tv europee, la missione di formare il gusto delle nuove generazioni. E poi perché si esportano Oltreoceano risorse che potrebbero essere meglio impiegate per finanziare le attività locali in una logica che non può e non deve essere dettata da pretese protezionistiche – di contrapposizione e/o sostituzione della produzione statunitense – quanto da esigenze di superamento. Le stesse necessità di sviluppo ed evoluzione insite nella ricerca scientifica, dove ciò che più funziona, prevale. Ovviamente si tratta di una strategia non affrontabile in solitudine dai singoli comparti degli Stati europei, bensì di una prova più a misura del Vecchio Continente nella sua totalità. Certo è che l’Europa audiovisiva deve cominciare a pensare a una serialità in grado di presidiare spazi sempre più importanti di programmazione, perseguendo un modello di business che, per fronteggiare in proporzione i budget degli studios hollywoodiani, potrebbe ricorrere con maggiore insistenza alle coproduzioni intereuropee, al momento ferme al 4,3%. I segnali incoraggianti non mancano: secondo uno studio dell’Osservatorio Europeo dell’Audiovisivo, nel 2007 le serie extraeuropee programmate sono scese del 3% rispetto al 2005, contro un +1,5% della fiction nazionale prodotta e trasmessa da uno stesso Paese.
Ma nell’era digitale il meccanismo delle economie di scala gioca a favore della produzione Usa. Perciò, se broadcaster, produttori e autori europei non si porranno una strategia unitaria, tesa a fare sistema e in grado di portare sul mercato un’offerta che, facendo tesoro delle singole nazionalità, sia portatrice sana di una rappresentazione moderna e originale dell’Europa di oggi, i nostri palinsesti saranno destinati a ospitare un import ancora più sostenuto dell’attuale.
Soprattutto l’Italia, che per quanto abbia saputo esprimere negli ultimi tre lustri una serie di energie inedite nell’affrontare il genere, sconta sicuramente un’eccessiva localizzazione e semplificazione nel racconto seriale. Molti dei limiti che dovranno essere superati si trovano denunciati in diversi sevizi di questo numero speciale di Tivù dedicato alla fiction, che esce in contemporanea con la terza edizione del RomaFictionFest. Sono limiti legati ai processi produttivi e a quelli creativi, oltre che di programmazione ed economici, che vengono raccontati e analizzati dai diretti interessati. Certo, ci sono anche oggettivi ostacoli di sistema: il duopolio Rai-Mediaset, troppo spesso ingessato dalle logiche di audience e commerciali, non ha certo sollecitato e solleticato quella spinta all’innovazione che ha invece animato la produzione seriale Usa caratteristica della tv via cavo. Ma a questo, potrebbero ovviare col tempo Sky e la stessa offerta pay del digitale terrestre.
La nostra fiction e quella europea si trovano a un bivio: fronteggiare e concorrere con pari dignità editoriale e commerciale con le produzioni Usa oppure continuare a recitare il ruolo della produzione di serie B a livello mondiale. Questo è lo spettro che dovrebbe agitare i sonni di tutti, memori del fatto che, se non lo si affronta, la situazione non potrà far altro che peggiorare.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30