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È tempo di presentazione di palinsesti, e già si profilano all’orizzonte quelli – a prima vista molto ingessati (quasi imbalsamati) – delle tv generaliste. Sapranno i nostri eroi, si chiedono inserzionisti e centri media, intercettare in maniera più efficiente ed efficace l’attenzione del pubblico? È presto per dirlo, anche se una qualche idea ce la siamo fatta, chi più chi meno, ormai tutti. Ma cresce altresì la convinzione che nella prossima e nelle stagioni a venire urgerà rispondere anche ad altre domande. Quelle imposte dalla società mediale digitale, per verificare se ciò che si propone sia in definitiva all’altezza dei tempi. È quanto fanno venire in mente le parole di Henry Jenkins, guru di economia dei media presso la University of Southern California, intervistato di recente da Matteo Sacchi per Il giornale. «Si parla sempre di circolazione dei contenuti», spiega Jenkins, «ma più che altro i contenuti si spalmano, si modellano, cambiano mentre vengono maneggiati dagli individui». E poi continua, a proposito di tutela del copyright: «In qualche maniera deve crearsi un nuovo tipo di contratto sociale che garantisca chi produce contenuti. Non è neanche detto che le grandi corporation alla lunga debbano perderci. (…) Questa circolarità non va fermata, bisogna saperla sfruttare. Chi sa moltiplicare, ma soprattutto far moltiplicare, i contenuti attorno al proprio prodotto economico incassa». Ebbene, vien da chiedersi, la tv italiana sta lavorando in questa direzione? Almeno in parte, i programmi che andremo a vedere nella stagione autunnale saranno all’altezza di cotanti parametri digitali? La prima, immediata, risposta è senz’altro negativa. Il taglio dei budget per la produzione originale e la platea media sempre più anziana, nonché la minaccia di perdere percentuali di share sul terreno della multicanalità, incoraggiano lo status quo scoraggiando il rischio. Dall’altro lato tuttavia, la velocità con cui altri contenuti viaggiano su web e mobile, trainati dai social network, nonché il ridimensionamento degli user generated content a beneficio di prodotti audio-video mediamente più professionali, indicano che la televisione ha ancora un ruolo strategico tutto da giocare. Come? Alcune indicazioni possono essere tratte dalle parole di Jenkins: offrire una parallela offerta multipiattaforma dei contenuti pensati per la tv non può voler dire solo trasportarceli di peso, senza che si sia fatto a latere un appropriato lavoro editoriale che li ponga in assonanza con il mezzo e il pubblico potenziale che ne fruirà; la sacrosanta tutela del copyright andrebbe accordata con la necessità di dare visibilità a programmi-brand che altrimenti non riuscirebbero a emergere dalla folla; non è più tempo di contenuti monolitici, ma ben vengano programmi “ispirazionali” in grado appunto di attirare e ispirare l’attenzione di una platea partecipativa e creativa. Se il social advertising si è accorto che il nuovo consumatore 2.0 non è più un passive consumer, ma è diventato ormai un proactive consumer (prosumer, viene definito), perché la tv – che in buona parte di spot vive – si rifiuta di assecondare i proviewer?

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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