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Una riflessione è d’obbligo davanti allo spettacolo dell’ennesimo teatrino dei volti tv che, in vista della preparazione dei palinsesti autunnali, hanno cominciato ad agitarsi per avere un programma o a sgomitare per guadagnare più spazio e prestigio, magari pretendendo di traslocare su altre reti dello stesso network. Le vedette giornalistiche, in particolare, hanno dato il peggio di sé. I conduttori sono rimasti sotto traccia, ma questo non vuol dire che non abbiano brigato e intrallazzato anche loro. Come al solito, gli agenti non si sono risparmiati, i direttori di rete sono precipitati in ambasce occupati come sempre a cercare di non scontentare chi non andava scontentato, pena il posto o di essere incolpati per la flessione degli ascolti stagionali. A patire sotto questo fuoco incrociato di aspettative, più o meno legittime, e - nei casi più plateali - veri e propri ricatti, sono soprattutto Rai e Mediaset. Il che è veramente singolare visto che, se non le facessero lavorare loro, la stragrande maggioranza di queste “prime donne” farebbero probabilmente un altro mestiere. Con questo non si vuole affatto dire che dovrebbero essere riconoscenti e non chiedere il dovuto, ma rendersi conto del frangente economico che stiamo vivendo e, soprattutto, di non essere - come tutti noi poveri mortali - insostituibili. Ecco, è proprio sulla sostituibilità dei talent che i due maggiori broadcaster hanno gravi responsabilità, perché - fatti salvi programmi come Amici e l’ormai spuntato Zelig - Mediaset non ha più “palestre” in cui far allenare e scoprire nuovi volti, Rai men che meno. Spariti all’orizzonte “scopritori di fenomeni” come Baudo, Costanzo piuttosto che Arbore, ci ritroviamo con un parco talent abbastanza modesto, composto da cinquantenni di complemento, senza una nuova generazione che scaldi i motori e in grado di reggere un programma all’abbisogna. Col risultato che gli stessi nomi arrivano a fare anche due/tre programmi a stagione se non contemporaneamente, con livelli di sovraesposizione al limite, a cui si aggiungono a volte ruoli da testimonial negli spot televisivi. Si crea a questo punto un corto circuito tale per cui qualsiasi cosa questi signori tocchino o conducano - per quanto nuova - ha già un patina di stantio, di déjà vu. In più, le reti si ritrovano con professionisti che, forti di tale potere contrattuale, si fanno pagare tanto. Anzi, troppo. Perché hai voglia di ripetere che con i loro programmi fanno comunque guadagnare tanto attraverso la pubblicità, perché è altrettanto vero che negli ultimi anni è stato perso almeno un terzo della raccolta, mentre i costi delle strutture necessarie a tenere in piedi le reti che ospitano le loro “vitali” trasmissioni (perché di questo si tratta, e non solo del loro personale orticello) – seppur anch’esse oggetto di ottimizzazioni e tagli – sono rimasti molto elevati. Basti vedere il costo unitario della forza lavoro all’interno dei due broadcaster. È quindi un’esigenza editoriale, economica e strategica quella di creare occasioni affinché appaiano all’orizzonte nuovi nomi, che aiutino a svecchiare l’offerta, a risparmiare sui compensi e a incarnare il brand delle reti presso inserzionisti e spettatori. Che si tratti di una strada oltre che necessaria facilmente perseguibile lo dimostrano le esperienze meno “blasonate” di Mtv e Real Time, che nel loro piccolo hanno saputo creare personaggi in grado non solo di rappresentare l’anima della rete ma anche di poter spiccare il salto per andare a contaminare altri canali. La strada è tracciata, quindi, basta solo avere voglia e capacità di seguirla.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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