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Questo mese di Tivù è speciale: un monografico sulla fiction italiana e internazionale, pensato per fare il punto sul suo stato di salute – editoriale e industriale – proprio in occasione di un evento che ne celebra le novità, il RomaFictionFest 2010. Quarta edizione di un festival che, volenti o nolenti, è un’occasione – l’unica – per concentrarsi su quanto fatto e sul da farsi, soprattutto in una fase storico-economica in cui la recessione mondiale e le offerte multiplatform e multichannel impongono uno stravolgimento dei modelli di business e una seria riflessione sul costo orario dei contenuti che si vanno a veicolare. E notoriamente la produzione originale di fiction è tra i contenuti più “cari”, sia al pubblico che in termini economici.
Allora occorre mettere insieme i tasselli di un mosaico complesso che restituisce alla fine un quadro contraddittorio, in flessione, all’interno del quale si intravedono però i barlumi di una via d’uscita. Un tassello è che la fiction perde terreno in termini di ascolti (la variegata offerta digitale attrae il pubblico su altri lidi), in termini di appealing (la platea sta subendo un’evoluzione del gusto col risultato che i vecchi cavalli di battaglia della tv analogica perdono colpi), in termini di investimenti (i budget di Rai e Mediaset sono stati pesantemente ritoccati mentre non spuntano all’orizzonte altri player in grado di compensare i tagli). Anziché di crisi, come si vede nei servizi all’interno, i broadcaster preferiscono parlare di riposizionamento, della ricerca di nuove vie per risparmiare e aggiornare l’offerta. Una di queste è il ricorso alle coproduzioni internazionali, strategia praticata con convinzione dal nostro manager in copertina (e non solo da lui), Carlo Bixio, presidente di Publispei, che i broadcaster sembrano voler assecondare in un rigurgito di internazionalizzazione fino a oggi fin troppo sopito. La tendenza al risparmio ispira anche l’abitudine – ormai consolidata – delle fiction nostrane a essere girate presso set stranieri, preferibilmente in Est Europa, Nord Africa e Sud America, dove attori e tecnici prevedono compensi più bassi. Innescando un meccanismo pericoloso per le risorse che lasciano il nostro Paese e per il prezioso know-how delle maestranze italiane che – non impiegato – si disperde. Una responsabilità di cui la Rai, in quanto servizio pubblico, dovrebbe sentire tutto il peso. E poi si fa il punto su una tendenza – anch’essa per certi versi dettata dal tentativo di ridimensionare il rischio economico – che da pellicole di successo trae spunto per delle fiction e viceversa; come la strategia (a dire il vero rivelatasi deludente) di Rai di realizzare contemporaneamente di una stessa produzione la versione cinematografica e quella televisiva. Sono tutti aspetti di un settore che in un periodo di recessione si trova a dover procedere più velocemente per non perdere il passo, col rischio però di imboccare (come peraltro è successo in passato) percorsi senza uscita.
A fargli da contraltare la mastodontica industria seriale statunitense, in grado di fornire contenuti a prezzi bassi e che hanno il pregio di saper costruire – com’è stato possibile verificare anche ai recenti Screenings di Los Angeles – un’immagine più complessa della contemporaneità e, in quanto tale, più riuscita e gradita ai pubblici giovani (e quindi pubblicitariamente appetibili) di più continenti e Paesi. Ed è soprattutto su questo fronte che si gioca la sfida dell’audiovisivo italiano ed europeo. Siamo certi che sia solo una questione di costi?

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da: non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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