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Anche quest’anno si è consumato il rito, con celebrazioni varie dislocate tra Roma e Milano, della presentazione dei palinsesti autunnali a cura dei broadcaster operanti nel nostro Paese. Rai, Mediaset e La7, con la sola eccezione di Sky, che non si sa se perché agnostica verso tali manifestazioni o perché intenta a non scoprire le proprie carte, non si sottraggono a organizzare cerimonie in cui clienti e giornalisti vengono edotti su quanto da settembre in poi saranno portati a scegliere (per comprarne gli spazi commerciali) o a commentare. E ogni volta, per chi vi assiste, tali appuntamenti servono a misurare la temperatura dei rapporti interni ed esterni, a tratteggiare equilibri, a soppesare i muscoli che le reti hanno o che vorrebbero avere. Come, per esempio, le audience. Immancabilmente, in un lasso di tempo brevissimo (il fenomeno si consuma nell’arco di una decina di giorni), slide e filmati proiettati su megaschermi a beneficio dello scelto pubblico dimostrerebbero come il broadcaster di turno abbia guadagnato margini nella stagione passata al contrario della concorrenza che, invece, avrebbe perso vari punti percentuali. Com’è che, a loro dire, ognuno guadagni e gli altri perdano è un mistero della fede non sondabile in termini umani, ma più che comprensibile in un’ottica di “evangelizzazione” pubblicitaria, seppur chi è in platea non possa non sapere che l’oratore sta – nella migliore delle ipotesi – interpretando pro domo sua i dati Auditel. Risuona ovunque la parola qualità, senza però che nessuno approfondisca in che termini la si intenda (se editoriale o puramente commerciale o le due cose insieme), si decantano i successi della passata stagione, evitando accuratamente – con la sola eccezione dell’ad TiMedia, Giovanni Stella – di parlare dei tanti (troppi) flop che hanno costellato il prime time, e non solo. Rai in questo è stata addirittura kafkiana, esaltando i successi di Vieni via con me e Annozero, dopo che l’universo mondo era stato informato della loro chiusura. Che sarebbe come dire: «Guardate come siamo stati bravi, ma non preoccupatevi, da settembre lo saremo un po’ meno». E poi c’è la voce risorse umane: l’in&out di chi conta e chi meno all’interno delle varie aziende. La new entry assoluta è stata il nuovo dg Rai, Lorenza Lei: entità fino a poche settimane fa sconosciuta ai più che, per le sue piccole incertezze e a tratti l’imbarazzo dimostrato a parlare davanti al pubblico, è stata giudicata ora inadeguata ora sorprendentemente emozionata. In compenso, a mostrare il volto macho del servizio pubblico ci ha pensato il vicedirettore Antonio Marano, il vero deus ex machina, che da alcune edizioni ha scalzato nel ruolo il certamente più brillante collega Giancarlo Leone. Per il resto, non si sono visti i volti di punta che l’anno prima erano invece accorsi anche a Milano a dare man forte al management. In quel di Cologno, invece, a giudicare dallo show di Mediaset Night – dove la crème degli artisti era schierata al gran completo – crescono le quotazioni di Zelig e Checco Zalone by Pietro Valsecchi, mentre l’aver presentato l’offerta dei tre canali generalisti in forma quasi indistinta la dice lunga sull’approccio del gruppo, che tende ormai a ragionare in termini di sistema in unione con le reti Dtt, o – come sussurrava qualcuno – sul continuo esautoramento dei rispettivi direttori. Chiusa la fugace stagione del grande spolvero, la sensazione che rimane è quella di un momento difficile, quasi di smarrimento – soprattutto per i due player storici –, i cui speaker sono risultati meno convinti e convincenti del solito di essersi lasciati il peggio alla spalle. Anche perché, e questo sono loro i primi a saperlo, i palinsesti messi in cantiere hanno restituito la viva impressione di essere in grado al più di difendere alcune – poche – posizioni, e non certo all’altezza di guadagnare il terreno (in termini di audience e raccolta) perduto.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da: non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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