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Se fossi un Millennial (e, non so se per fortuna o sfortuna, non lo sono), sarei un tantino allarmata. Perché a sentire i piani di battaglia enunciati dai canali per l’autunno 2016 – inverno 2017, c’è da giurare che, finite le vacanze, questi giovani poco meno o poco più che trentenni saranno stanati uno a uno dalle loro case da una potenza di fuoco di programmi che ambirebbero a sedurli, attrarli, fidelizzarli e – per la gioia degli inserzionisti – convincerli… Sono la chimera, la chiave di volta della stagione, nonché della televisione che sembra aver individuato in un colpo solo il santo a cui votarsi. E lo sappiamo bene noi di Tivù, visto che ormai da mesi insistiamo su studi, analisi, sperimentazioni, riflessioni e quant’altro, concessionarie, analisti e centri di ricerche dei broadcaster stanno elaborando per carpire gusti e disgusti di una generazione la cui identità comincia ad avere qualcosa in comune con quella del mitologico sarchiapone. Infatti, se affidassimo ad Alberto Angela un programma su di loro, ci direbbe che sono individui nati tra il 1980 e il 2001, di entrambi i sessi (ma sono ancora solo due i sessi?), spesso non messi benissimo in fatto di reddito (vista la disoccupazione giovanile superiore alla media), decisamente digitalizzati (cioè vivono in simbiosi con un dispositivo collegato a internet), difficili da ingaggiare e con una capacità d’attenzione che non supera i 10 secondi. Si potrebbe dire ancora molto altro (le ricerche che abbiamo approfondito in questi mesi lo hanno fatto), ma è già abbastanza per poter affermare che la sfida che si pongono i canali è ardua, per non dire impari. Come si fa a tenere desto l’interesse di un individuo per cui un programma perde ogni appeal già dopo la sigla? Che ha bisogno di continui stimoli e di essere spiazzato da ciò che trova su uno schermo, grande, piccolo o di cinque pollici che sia? Che, ben che vada, se guarda uno show in tv sente il bisogno di sputare sentenze anche su Twitter, Facebook, Instagram e via discorrendo, praticando un’attenzione divisa che molto spesso è una disattenzione conclamata? Certo, seppur con una certa fatica, anche gli operatori meno social oriented si stanno attrezzando, soprattutto a livello tecnologico, perché invece sul fronte dei contenuti gli sforzi risultano spesso apprezzabili, ma non risolutivi: i formati non hanno ancora trovato la quadra e quel che è peggio è che i conduttori scelti per intrattenerli nella migliore delle ipotesi hanno superato la soglia dei quarant’anni. Ma si può? È come scegliere il fratello maggiore per fare da baby sitter al piccolo di casa… In più, a pensarli questi programmi, sono altri quarantenni (se non più anziani) che – volenti o nolenti – hanno approcci tipici della loro età, mentre YouTube insegna che i linguaggi, ormai sostanzialmente visuali, travalicano le parole e sono caratterizzati da un imprinting decisamente generazionale, che non può essere scimmiottato o riprodotto alla bisogna, pena la perdita di ogni credibilità. Ecco perché mi preoccupa questa caccia forsennata al Millennial, più presunto che reale: si rischia di farne una caricatura, un essere mitologico conteso tra fantasia e realtà, un sarchiapone appunto…

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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