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Un’asserzione si aggira con sempre maggiore convinzione negli incontri targati Mediaset: «Si fanno i programmi per vendere la pubblicità, non si raccoglie la pubblicità per fare i programmi». Così, tanto per fugare ogni vaga illusione della critica tricolore… Nulla di nuovo sotto il sole in verità, perché è lungo quest’assunto che si muove dall’atto della sua fondazione tutto il percorso editoriale del Biscione. Si tratta, per dirla in soldoni, della vocazione d’origine della tv commerciale: gratuita in sé, ma che il telespettatore paga accettando di impiegare il suo tempo a guardare gli spot che essa trasmette e che, in quanto tale, si può permettere di non andare tanto per il sottile e, ogni tanto, di rompere gli schemi. Diversamente da quanto accade in Rai, all’interno della quale si fanno (o si dovrebbero fare) i programmi per servire il pubblico, intrattenendolo e informandolo, finanche - magari a sua insaputa e suo malgrado - educandolo. Pur se, in quest’ultima opzione, il ruolo ventilato risulta un tantino inquietante... Anche per questo tipo di offerta si paga: un canone - in vil denaro - che essendo il più basso d’Europa non è sufficiente a sopperire al fabbisogno, indi per cui è sorta la necessità di avere anche un fronte legato a un’offerta di tipo commerciale. Altra cosa è la pay tv: si paga un abbonamento mensile, più o meno economico, per guardare contenuti (originali o d’acquisto, a tratti di nicchia, spesso ad alta profilazione di target) che altrove non è possibile reperire per tempi di messa in onda e tipologie. Da questi presupposti occorre partire per giudicare i palinsesti complessivi che i broadcaster e le singole reti hanno presentato per la prossima stagione. A ognuno la sua funzione quindi, a ognuno il suo ruolo e obiettivo, anche se alla fine i percorsi non risultano così netti e inquadrabili, perché certe mansioni si sovrappongono nella ricerca spasmodica del consenso degli inserzionisti pubblicitari. Accade così che la tv commerciale ha perso la spinta innovativa che la portava a volersi smarcare e a distinguersi dal paludato servizio pubblico, quest’ultimo nasconde la sua vocazione d’origine dietro un nugolo di proposte commerciali senza riuscire a individuare un forte filone di contenuti che ne contraddistinguano l’azione e ne caratterizzino il brand. La pay tv non si dà la forza necessaria per diventare un “facitore d’idee” al pari dei grandi player che si sono imposti sulla scena nazionale e internazionale, pur avendone la struttura e le risorse. I palinsesti dell’autunno-inverno 2015-2016, di cui parliamo diffusamente su questo numero di Tivù, denunciano tutti i limiti di tale contesto: continua a esserci molta confusione sotto il cielo.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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