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C’è una cosa che la recente, devastante, crisi finanziaria ed economica ha dimostrato inequivocabilmente: è sui compensi dei manager che si gioca la credibilità, l’affidabilità e la correttezza delle aziende, quelle dei mercati in cui operano nonché dei servizi che esse offrono. Quanto è accaduto nelle famigerate banche d’affari Usa torna ancora alla memoria con big manager che si riconoscevano bonus milionari su utili fantasma mentre clienti e azionisti, la stessa economia mondiale, andavano a ramengo. Si può dire altrettanto dei direttori giornalistici della Rai che – secondo una denuncia di Articolo 21 – hanno avuto nell’ultimo anno aumenti di stipendio per 800mila euro e del manipolo di dirigenti non giornalisti che, mentre il servizio pubblico archiviava un 2009 prostrato da un deficit di oltre 60mln di euro e con previsioni altrettanto fosche (-120mln per il 2010), si sono concessi 650mila euro circa di gratifica (costo aziendale pari a 1mln). Denuncia che la Rai ha contestato più nei toni anziché nella sostanza. Che in un servizio pubblico ciò sia possibile si può commentare con più di un aggettivo: da sbalorditivo a inopportuno o – per i più drastici – scandaloso. Altro che compensi di manager e star da rendere pubblici su siti e titoli di coda, discussione che ci ha ammorbato per settimane a dimostrazione di come – quando si parla di viale Mazzini e dintorni – il buonsenso di commentatori e organi istituzionali imbocchi sempre strade alternative, e che l’Antitrust ha messo a tacere considerando (inspiegabilmente) la pubblicazione una pratica anticoncorrenziale. Certo, anche dal report annuale della Bbc si evince che le retribuzioni del board (11 top manager più i direttori) sono passate da 5,5 a 5,7mln di sterline. Ma “zia Beeb” l’anno scorso ha portato a casa un attivo di 473,3mln di sterline, pubblica già gli stipendi del management sul proprio sito e prevede nei prossimi 18 mesi di tagliare tali retribuzioni di circa il 25% (ulteriori sforbiciate e pubblicazioni sono previste per le star). Altro stile rispetto a quello italiano del quale non si conosce neanche l’esatto numero e funzioni dei consulenti del servizio pubblico, ma solo il costo: ben 139mln di euro. Si spende molto, troppo, per autisti e auto blu, per trasferte internazionali (do you remember Mondiali?), per star ingaggiate e prontamente parcheggiate. Eppure per razionalizzare quest’ultima impasse un’indicazione di massima ci sarebbe e viene da La7, che ha appena reclutato Enrico Mentana a 320mila euro lordi l’anno (una miseria rispetto ai, si dice, 3mln che prendeva in Mediaset) più un sistema premiante che gli assicurerà ulteriori compensi a fronte dei risultati Auditel ottenuti. È la vecchia, vituperata, regola del do ut des, che non può certo essere applicata a tutte le fasce di lavoratori, ma che potrebbe servire a rapportare i compensi ai risultati raggiunti coinvolgendo star e manager nei guadagni come nelle perdite. Un sistema meritocratico che potrebbe essere, per esempio, applicato anche alle produzioni esterne perché coinvolgerebbe direttamente i produttori/finanziatori nel raggiungimento del massimo risultato in un momento in cui la concorrenza multicanale sta erodendo gli share e imponendo una seria riflessione sul costo dei contenuti originali rispetto a quelli d’acquisto. Ovviamente tutto ciò presuppone che, salendo nella scala decisionale delle reti, chi sceglie i prodotti e predispone i palinsesti conosca il suo mestiere e abbia a cuore il risultato. Il che troppo spesso non è così scontato. Insomma, qualcosa va fatta perché chi ha in mano le sorti della Rai non dilapidi impunemente le risorse riconoscendosi dei premi a fronte di non si sa quali risultati. Con una Sky che avanza anche sul Dtt e una Mediaset sempre più aggressiva sul pay (e non solo), il servizio pubblico rischia di essere immobilizzato dall’esterno e di patire di consunzione dall’interno. Qualcuno può dirci, per favore, a chi dovrà essere presentato il conto?

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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