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Sono palinsesti interlocutori quelli che si profilano all’orizzonte dell’ormai prossima stagione autunnale delle generaliste. Esprimono un’impostazione difensiva, riproponendo in alcuni casi la medesima scansione delle proposte della stagione precedente. D’altra parte gli scarsi budget, a fronte di una pubblicità che continua a perdere percentuali a due cifre, sconsigliano l’azzardo; di conseguenza non mancano i programmi che – come successo peraltro abbondantemente tra settembre e maggio scorso – minacciano di rivelarsi degli autentici buchi o delle mediocri scopiazzature… D’altronde è sempre più arduo farsi sentire quando in un contesto le voci a cantare sono circa 170, dove l’ansia da prestazione cresce nella dimensione in cui sale il numero delle persone che vengono attratte da altri lidi.
Per fortuna le reti native digitali si sono finalmente e decisamente convinte che la produzione originale è la via maestra per personalizzare qualsiasi offerta, e che anche sui contenuti d’acquisto – dai film alle serie di catalogo – la discriminante tra il successo e il flop è l’idea editoriale che la compone in perfetta coordinazione con il brand. Già, perché se il palinsesto non somiglia al target a cui è destinato il canale, non solo assecondandone i gusti, ma soprattutto proponendo contenuti che quel pubblico ancora neanche sa di poter apprezzare, allora è destinato a disperdersi nel mare magnum delle piattaforme, membro di diritto del grande club dello “0,0 e dispari %” di share. E bisogna dire che – disponibilità economiche a parte – questa consapevolezza nell’habitat digitale comincia a farsi largo e a permanere: sono scomparsi quasi del tutto quei furboni avventurieri (molto in voga a suo tempo nell’emittenza locale) che, con l’avvento del Dtt, pensavano che bastasse avere spazio su un mux, e buttarci dentro un po’ di frattaglie varie per pensare di portare a casa il risultato. La sensazione è che le reti specializzate stiano rinnovando il concetto stesso di gestione di una rete, rendendola più equilibrata: visto che i passi falsi si pagano pressoché con l’azzeramento dell’audience, così come l’exploit con la sua moltiplicazione.
Altri spunti messi in luce dalle presentazioni dei palinsesti autunnali da parte dei broadcaster è che anche la crescita dell’adv online li sta invitando sempre più a integrare le piattaforme distributive digitali (tv, online, social, mobile, Vod, ecc) per cercare di massimizzare le possibilità di raccolta, dimostrando ancora una volta come le ragioni pubblicitarie siano molto più sentite e assecondate di quelle editoriali. Così come le ragioni del business riescono a portare consiglio laddove c’era prima contrapposizione: difficile immaginare in tempi di vacche grasse il fair play sceso – fortunatamente – nei rapporti tra Sky e Mediaset, arrivando finanche a condividere un canale strategico come Fox Sports sui pacchetti calcio di entrambi. A chi vorrebbe qualcosa di più non resta che attendere l’inverno, quando Pier Silvio Berlusconi ha prospettato l’avvio di un – al momento indefinito – “nuovo modello di televisione”, nella speranza che nel frattempo l’andamento del mercato adv gli dia la possibilità di essere di parola.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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