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Otto associazioni di autori e produttori si sono riunite per mettere a punto una proposta per una nuova Rai, che dovrebbe traghettarla nell’era digitale dopo che gli obiettivi perseguiti dalla vecchia concessione siglata con lo Stato (attualmente in scadenza), ne imponeva altri propri dell’era analogica (vedi articolo a pag. 42). Iniziativa senz’altro apprezzabile, ma che non convince del tutto. Perché il testo si presenta in alcune parti reticente, in altre lacunoso, in altre ancora di parte. In primis, quando sostiene che occorrerà diminuire il numero dei canali – “anche generalisti” – non ha il coraggio di dire chiaramente che s’impone la vendita di una delle tre reti ammiraglie (ma quale? La scelta tra l’una e l’altra presupporrebbe differenti scelte strategiche ed editoriali….). Una vaghezza, vien da pensare, che evita ai firmatari di porli in rotta di collisione con il cosiddetto partito-Rai, da sempre contrario a ogni ipotesi di dismissione. Gli stessi poi, presentando a Venezia la proposta, hanno sottolineato che non intendono polemizzare con nessuno, che è vero che il servizio pubblico è quello che è per responsabilità dei partiti ma ormai, come dire?, “chi ha avuto avuto e chi ha dato ha dato”… Anche le reti tematiche andrebbero ridimensionate, ma nessuno deve essere licenziato, perché il numero dei dipendenti Rai sarebbe in linea con quello dei servizi pubblici internazionali. Il che non è vero, se si valutano i livelli di rendimento pro-capite rispetto al fatturato. E sul piano internazionale, anche la gloriosa Bbc ha proceduto a migliaia di licenziamenti. Diciamo ciò non per sostenere l’auspicio di licenziamenti, ma solo per dire che per evitarli occorrerebbe predisporre un quadro industriale robusto, cosa che alla proposta – almeno sulla carta – manca. E forse non era neanche il suo compito… Il documento continua a parlare poi di Duopolio, quando è ormai sotto gli occhi di tutti che siamo alla presenza ormai sul mercato di almeno tre soggetti decisivi (oltre a Rai e Mediaset, ci sarebbe Sky), con tutta una serie di network che hanno anche loro delle cose da dire in materia televisiva: da La7 a Discovery. Il vizio di fondo dei promotori della proposta che – ripeto – è sempre meglio di niente (almeno smuove le acque stagnanti del mercato audiovisivo), è tuttavia che tradisce un certo squilibrio a favore della produzione di fiction e film nazionali, sottovalutando che anche altri generi – dall’informazione all’intrattenimento – sono in tutto e per tutto televisione. Come lo è anche la buona produzione internazionale, i prodotti d’acquisto per intenderci, che vengono visti invece come fumo negli occhi. In più, il testo brilla per l’assenza di un’onesta assunzione di corresponsabilità: può essere solo colpa dei direttori di RaiFiction se il servizio pubblico fino a oggi ha prodotto titoli mediocri e inesportabili? Dov’erano la professionalità e l’intraprendenza di autori e produttori quando si perpetuava un simile scempio?

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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