Editorialisti

18 Gennaio 2010

La concorrenza logora chi non la fa

Linda Parrinello

Gli ultimi mesi del 2009 sono stati campali per l’industria televisiva. In agosto RaiSat lascia Sky. Dopo di che quest’ultima denuncia Mediaset all’Antitrust per essersi rifiutata di venderle gli spazi adv e subito dopo sferra il suo affondo con l’iniziativa “Sky, tv tutto incluso”, grazie alla quale gli abbonati possono acquistare a rate anche un televisore Hd, oltre a presentare la Digital Key, la penna usb che consente l’accesso – via satellite – ai canali Dtt free. Contemporaneamente prendono forma le indiscrezioni sulla web tv del Biscione: canali gratuiti o a pagamento per rivedere i programmi delle reti Mediaset e dei canali Premium. Sia in modalità flusso che on demand. E mentre si calcola che entro il 2012 i ricavi da pay tv supereranno quelli da spot, Piemonte, Trentino e Lazio abbracciano lo switch off digitale. Inoltre, a novembre, la piattaforma satellitare annuncia il lancio – a partire dal 1° dicembre – di Cielo, il suo primo canale free su Dtt, e l’attivazione – entro metà dicembre – del servizio on demand Sky Selection. Al che Mediaset risponde per le rime: ricorre all’Antitrust per bloccare l’infernale chiavetta usb e rilancia calando due assi – Emotion ed Energy, canali Gallery dedicati al cinema – e Premium on demand, il decoder in grado di offrire “à la carte” e gratuitamente ben 50 film agli abbonati pay del Biscione, oltre a un scelta degli episodi più recenti dei telefilm cult. Che dire? Antagonismo, colpi bassi, polemiche incrociate, carte bollate e tante novità, ovvero quanto di meglio chiunque abbia a cuore il mercato tv possa augurarsi. Soprattutto se si è soliti sorbirsi lo stantio minuetto tra Rai e Mediaset, limitatesi da sempre alla frustra pantomima della competizione a buffetti di “zero-virgola” percentuali di audience. E se non fosse che quella di Cologno rimane indissolubilmente l’azienda di famiglia del premier, su cui grava un irrisolto conflitto di interessi, ci sarebbe di che essere orgogliosi del fatto che una società italiana possa dare del filo da torcere a un’altra che fa capo al tycoon media più potente al mondo. Tuttavia, al netto di questo – non certo irrilevante – risvolto, quanto sta succedendo ha ricadute positive: prima per le suddette aziende, che puntano a far evolvere i loro servizi al fine di diversificare le fonti di ricavi, smarcandosi il più possibile dalla (sempre più labile) dipendenza pubblicitaria, e poi per gli utenti, non più costretti a mangiare la “solita minestra” di flusso generalista, ma posti nella possibilità – volendo e pagando – di scegliere tra un ventaglio di offerte decisamente vario. In soldoni: quanto non è riuscito finora alla politica e al duopolio, potrebbe ora essere reso possibile dalla tecnologia e dai contenuti. Facendo di quello italiano un mercato non solo multichannel e multiaudience, ma anche multitechnology e multibrand. E rendendo di fatto Dtt e satellite concorrenziali sull’on demand, fino a oggi considerato una prerogativa della tv on line. Nel 2010 la sfida si sposterà sul come queste commodity verranno comunicate agli utenti: se si saprà introdurle sui telecomandi degli italiani come servizi che le tv hanno pensato per rendere ancora più emozionante il rapporto col proprio pubblico-utente. Il momento è cruciale perché, se tale passaggio dovesse riuscire, si andrebbe verso un’ulteriore evoluzione del consumo televisivo, lungo una frontiera ancora più personalizzata ed empatica. Il che implicherebbe una mutazione non solo dell’identikit dei telespettatori, ma anche dei broadcaster e degli stessi inserzionisti. In tanto bailamme, una grande incognita resta la Rai. Alla quale rimangono due vie: perseguire quella attuale, limitandosi a fare da comprimaria, oppure smarcarsi, uscire dall’angolo in cui si è cacciata, aumentando il canone (facendolo magari, bolletta o non bolletta, pagare a tutti), ridimensionando drasticamente la sua vocazione commerciale per darsi anima e corpo al servizio pubblico. Non avendo le risorse, né la velocità decisionale dei competitor, con un abbonamento che ne delimita giustamente le funzioni, per non parlare della zavorra dei partiti, che altro le rimane da fare?

Linda Parrinello

In Editoriale Duesse da: non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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