Editorialisti

25 Settembre 2012

La coerenza paga

Linda Parrinello

Ci sono passaggi che fungono da spartiacque tra il presente e il futuro di un mercato. Certamente la prolungata crisi economica, col suo carico di tagli, sta esercitando un peso nella rideterminazione del business televisivo. Come lo sta avendo il completamento dello switch off che, dal 4 luglio scorso, ha fatto diventare la tv del nostro Paese completamente all digital. E a voler mettere tutti in fila i punti, per poi unirli con la linea immaginaria che è possibile tracciare scorrendo questo numero di Tivù, contraddistinto dallo speciale dedicato ai palinsesti della prossima stagione autunnale, si delinea un percorso abbastanza chiaro. Che, per esempio, nel caso di Mediaset, potrebbe essere riassunto dall’espressione, scandita più volte dal vicedirettore generale contenuti R.t.i. Alessandro Salem in occasione della presentazione degli stessi, “progettare (e ho avuto la sensazione che il verbo non fosse usato a caso…) contenuti” in grado di ingaggiare e intrattenere un pubblico attratto da tante altre alternative e di arricchire una struttura di comunicazione – ovvero il sistema Mediaset sulle varie piattaforme tecnologiche – a servizio delle imprese. Tutto si tiene, dunque. E lo puntualizza anche l’ad di Fox International Channels Italia, Diego Londono, quando insiste sul fatto che non basti più proporre (e in troppi casi sarebbe, a dire il vero, già un buon risultato…) un contenuto di qualità in quanto è altrettanto importante che esso sia coerente con il brand del canale che lo ospita, il quale deve essere forte e ben definito. A beneficio del pubblico e degli inserzionisti. D’altra parte, sono gli stessi direttori di rete, interpellati per la quarta puntata dell’indagine “La Tv che vorremmo”, a sostenere come «l’importante per i network – siano essi generalisti o tematici – sarà la capacità di sperimentare, di cambiare rapidamente direzione in base ai movimenti del pubblico (la tematizzazione va definita in relazione a un target o famiglie di target, ancor prima che a un genere), pena l’estinzione a favore di “nuove specie” in grado di soddisfare le differenti esigenze del pubblico». Ma attenzione, si tratta di una velocità di impostazione editoriale quella invocata dai direttori, e non – come si è equivocato fino a oggi – di sbrigativi quanto brutali spostamenti orari o di rete dei programmi, che danno piuttosto il senso di una programmazione improvvisata e umorale.
Quando si fanno in troppi ad aspirare alla stessa torta, è la perseveranza strategica, la coerenza a pagare. Il che non vuol dire affatto continuare a fare come si è sempre fatto, bensì cominciare a fare quello che da prima si sarebbe dovuto fare. Ma che opportunità, quando non opportunismi – essenzialmente di carattere economico, e non solo – hanno fatto rimandare, trasformando i palinsesti di alcune generaliste in generici. La rapidità con cui certe reti stanno lasciando quote di audience sul terreno – per quanto effetto di un ricambio fisiologico – la dice lunga sul fatto che non sia più tempo di temporeggiamenti e rinvii. In Mediaset, almeno a parole, parrebbe che se ne siano accorti. Quanto ci metterà la Rai invece a…?

Linda Parrinello

In Editoriale Duesse da: non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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