Editorialisti

04 Aprile 2014

CINQUE ANNI PER SALVARE LA FICTION

Linda Parrinello

Ogni volta che la produzione italiana si appresta ad affacciarsi sui mercati internazionali, e questo è il numero che portiamo al MipTv 2014 di Cannes, si solleva il solito, grande, dilemma: cosa porta l’Italia negli ampi corridoi del Palais des Festivals? Qual è il valore aggiunto della nostra produzione? Esiste un nostro specifico televisivo in grado di farsi valere e attrarre l’attenzione dei grandi player? Ogni volta ci interroghiamo, e ogni volta le risposte sono pressoché le stesse. Perché lungi dall’essere dei convinti e convincenti creatori di format di intrattenimento, l’unica nostra produzione originale rimane la fiction, quindi su di essa si gioca essenzialmente la spendibilità del made in Italy audiovisivo. Ma i broadcaster italiani, ahimè, continuano a non mostrare alcun interesse a realizzare prodotti da esportazione, immersi come sono in una logica autarchica che li sazia delle (purtroppo mediamente sempre più basse) audience di casa nostra, trasformando di fatto il 95% della produzione nazionale in vuoti a perdere. Ovvero sia, in titoli destinati a riempire certe fasce di programmazione delle tematiche, per poi sparire definitivamente negli archivi delle reti. Un vero spreco… Per certi versi è un po’ la stessa logica che – operazione Chrysler a parte – ha affossato la Fiat: macchine mediocri, pensate per un consumatore interno di fascia medio-bassa, poca o nessuna aspirazione a competere dentro le concessionarie d’Oltralpe. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, non a caso le automobili del Lingotto sono sempre meno vendute in Europa. Mi si dirà: cosa c’entrano le auto con le fiction? C’entrano perché alla base c’è la stessa politica industriale rinunciataria, con l’aggravante nel caso delle fiction di avere a che fare con un prodotto che, nel bene o nel male, ha una forte componente formativa, informativa e – se si vuole – culturale. Si continua a parlare di Europa unita, e noi diamo alle nostre produzioni gambe talmente corte da non poter valicare le Alpi, mentre francesi, tedeschi e i soliti inglesi le dotano in alcuni casi di ali… Lo stesso acclamato “fenomeno” del momento – Braccialetti rossi – è un format spagnolo, così come Un medico in famiglia e I Cesaroni. Come uscire da un simile impasse, ammesso che si abbia voglia di farlo? Personalmente un’idea ce l’avrei. Stabilire per legge che, per cinque anni, almeno il 50% dei titoli prodotti non siano agiografie su personaggi storici, eroi ed eroine, vite di santi e trasposizioni di classici della letteratura, costringendo tutti gli operatori a fare un bagno nella realtà dove siano messi al bando i soliti cliché e dove la buona recitazione non sia un optional demandato (nella migliore delle ipotesi) a pochi interpreti e i dialoghi siano qualcosa di più di mere didascalie delle scene che vanno in onda. In quest’ottica trasformerei l’ormai fallimentare RomaFictionFest in qualcosa di diverso: una tre giorni di Stati generali dell’industria in cui tutti gli attori del mercato si interroghino a porte chiuse su limiti e difficoltà del settore e si confrontino con i colleghi stranieri, al fine di produrre delle chiare linee guida per la stagione successiva. Costerebbe certamente di meno e servirebbe senz’altro di più. La vittoria hollywoodiana de La grande bellezza sta a dimostrare che almeno ogni 15 anni il cinema è in grado di regalare all’Italia un Oscar, possibile che la televisione non ambisca a fare altrettanto?

Linda Parrinello

In Editoriale Duesse da: non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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