Editorialisti

03 Ottobre 2016

NETFLIX, UN (NON) BUON PRIMO COMPLEANNO

Linda Parrinello

Un anno fa, era esattamente il 22 ottobre, muoveva i suoi primi passi in Italia Netflix. Ma già mesi prima la tensione e le aspettative per quella nascita erano alle stelle, perché dal suo arrivo ci si aspettava una sorta di chiave di volta per il mercato, un punto di non ritorno intorno al quale si sarebbero coagulate le future strategie editoriali e commerciali dei competitor, Sky e Mediaset in primis, senza dimenticare Chili, Tim Vision e compagnia andante. Eppure, a 12 mesi di distanza, pur senza voler pretendere sfaceli (lo stesso patron Reed Hastings non li aveva promessi) e senza voler commentare i risultati (non esistono dati ufficiali ma gli abbonamenti sarebbero al di sotto delle attese più prudenti), va ammesso che un effetto Netflix in Italia non c’è stato. O, sarebbe meglio dire, che l’approdo della piattaforma ha solo costretto gli altri a fare quanto avrebbero dovuto fare ancor prima per buonsenso più che per timore. Tant’è che tale inseguimento non ha – almeno al momento – portato bene al progetto Vivendi-Mediaset di creare una piattaforma europea anti-Netflix… Per il resto, fermo restando la rispettabile qualità media del suo bouquet, di veramente appealing per il pubblico italiano essa ha fatto vedere ben poco, anzi nulla, perché nulla ha ancora proposto di italiano nella serialità: genere principe che l’ha resa quella che è oggi a livello internazionale. Se si esclude infatti l’annunciata Suburra, che dovrebbe vedere la luce solo nella stagione 2017-2018 e che scimmiotta apertamente il filone crime dettato già da Sky (diciamoci la verità, è come copiare il compagno di banco più bravo…), continuano a girare voci su decine di progetti che decine di produttori e autori hanno presentato alla piattaforma senza che si concretizzi alcunché. Per inadeguatezza di chi, al momento non è dato sapere. Eppure, fino a quando Netflix non riuscirà a raccontare in un modo tutto suo e tutto nuovo delle storie italiane agli italiani, cioè fino a quando non sarà in grado di fare la differenza nel racconto della realtà del nostro Paese, avrà ben poco per cui fare festa.
NETFLIX, (UN)HAPPY BIRTHDAY

One year ago, on the 22 October to be precise, Netflix took its first steps in the Italian market. But tensions and expectations were already raging high in the months before its launch, because its arrival was seen as a kind of turning point. A point of no return around which its competitors would consolidate their future editorial and marketing strategies, first and foremost Sky and Mediaset, but also Chili, Tim Vision and co. Yet, 12 months on, while no one wanted upsets - Netflix CEO Reed Hastings had promised nothing of the sort - and not wishing to comment on the results (there are no official figures, but subscriber numbers seem lower than even cautious expectations), it must be said that Italy has not seen a Netflix effect. Or, more accurately, the platform’s launch has merely forced the others to do what they should have done earlier, out of common sense rather than fear. So much so that these moves have not helped the Vivendi-Mediaset project to create a European anti-Netflix platform – at least for now. As for the rest, while the average quality of the Netflix lineup is respectable, it has offered very little of true appeal for Italian audiences - actually nothing. Because it has proposed nothing Italian in the way of series, the leading genre that has made Netflix what it is on the international stage today. In fact, excluding the already-announced Suburra, only set to emerge in the 2017-18 season, which openly mimics the crime strand already activated by Sky (let’s face it, it’s like copying your brainier classmate…), there are rumours about dozens of projects presented to the platform by a similar number of producers and authors, without any being given the green light. It is not yet possible to say at whose door the inadequacy lies. Nonetheless, until Netflix finds a way to tell Italian stories to Italians in its own, innovative style, meaning until it is able to make the difference in recounting the reality of our country, it will have very little to celebrate.

Linda Parrinello

In Editoriale Duesse da: non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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