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Ovviamente è ancora presto per cantare vittoria, ci sarà tempo e modo per verificare se avremo ragione o meno, ma così - a naso - l’avvento di Dazn è una nota positiva. Non solo per il calcio. Perché la presenza di un nuovo operatore, nella fattispecie la britannica Perform, che si è aggiudicata il 30% delle partite del campionato di serie A, prelude al fatto (o almeno è quanto si spera) che possa essere introdotto nella tv italiana un nuovo modo di raccontare lo sport, un racconto che sappia spostare ancora più in alto l’asticella già innalzata 15 anni or sono dall’avvento di Sky. Già, perché come dimostrato egregiamente dalla squadra sportiva di Mediaset in occasione dei recenti Mondiali, ci saranno sempre ritmi, volti e modi inediti per proporre in video la straordinaria avventura del calcio. Un’avventura che, purtroppo, la Rai – a causa dei costi stratosferici raggiunti dai diritti - pare abbia ormai rinunciato almeno in parte a raccontare, anche se ci riproverà con la nuova stagione, in coincidenza con i match free di Champions League, Nations League, Coppa Italia, Supercoppa italiana ed europea, nonché con le amichevoli internazionali della Nazionale Italiana e dell’Under 21.

 

La narrazione dello sport è uno degli esercizi più efficaci per saper rappresentare la realtà: di solito un buon giornalista sportivo può fare un lavoro decente o buono anche in cronaca, difficilmente - checché se ne dica degli italiani popolo di commissari tecnici - capiterà invece il contrario. Telecronache, campionati, servizi, dirette che siano di calcio piuttosto che di tennis, ciclismo, pugilato, motori, pallacanestro, nuoto, atletica e quant’altro, sono una palestra per cogliere il senso dell’attimo e immaginare l’azione che ne seguirà, avendo la capacità di emozionarsi e di far emozionare il pubblico che sta a casa. Il fenomeno Federico Buffa è emblematico in tal senso. Ma non il solo: i giornalisti sportivi sono degli storyteller per costituzione, perché nei casi migliori - quando cioè il narcisismo non obnubila la meta che si intende raggiungere (e purtroppo simili esemplari ce ne sono ancora molti in circolazione) - con circonlocuzioni sorprendenti sanno raccontare a se stessi e trasmettere agli altri la magia della competizione e la passione per la gara. E, inevitabilmente, quando e se il racconto funziona contamina anche il resto, perché contamina il gusto del pubblico. Soprattutto, però, l’avvento di Dazn con gli accordi di trasmissione su altre piattaforme, comprese Mediaset Premium e Sky, restituisce la plastica rappresentazione di un mercato quanto mai fluido, dove lo spettatore può usufruire dello stesso contenuto live, trasmesso sui device più disparati da editori differenti: la partita da chi vuoi, quando vuoi e come vuoi. Il che sopravanza la rivoluzione apportata dalla stessa Netflix nelle abitudini di consumo dei contenuti seriali e cinematografici, aprendo scenari fino a un paio d’anni fa inimmaginabili. Insomma, è certamente - come dicevamo - presto per sapere se Dazn sarà un successo, ma non lo è tanto da non poter capire che al mercato conviene che lo sia.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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