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Forse ha ragione Roberto D’Agostino quando, nell’intervista che trovate a pagina 42 di questo numero, sostiene che la televisione sia morta e con essa tutti coloro che continuano a considerarla (e a farla) in una certa maniera. Sarebbero degli zombie che camminano a puro beneficio delle concessionarie pubblicitarie. Lo so, non è una bella prospettiva, ma se così è qualcuno bisognava che lo dicesse… E mai 15 anni fa, quando nacqueTivù, ci saremmo immaginati che – al di là delle mere provocazioni – si sarebbe arrivati a parlare in questi termini del piccolo schermo. Ma se lo stesso D’Agostino si ritrova oggi su Sky Arte a intrattenere il pubblico su tale trapasso e sul sorgere di una nuova era dei contenuti video attraverso il web, vuol dire che qualcosa di importante ancora sopravvive.

 

Dopo 15 anni, volendo volgersi indietro per scorgere cosa è successo nel tentativo (arduo) di immaginare quanto potrebbe ancora accadere, viene piuttosto da dire che – fatte salve le fasce di pubblico anziano (maggioritario nel nostro Paese, data la composizione anagrafica) – a morire piuttosto sia stato il “vecchio” telespettatore; il quale, con l’avvento di una tecnologia dirompente come lo smartphone, ha capito di avere in mano lo scettro del proprio time budget. Altro che telecomando! Non a caso è interessante notare come la platea complessiva sia numericamente cresciuta, recuperando con i servizi vosdal quanto andava perdendo nell’offerta lineare. Il dato certo è che, quando si parla di televisione, ormai si ragiona in termini di sovrapposizione di schermi, dove a fare la differenza non è più la dimensione, ma la sorgente di diffusione: broadcaster o tlc piuttosto che net company, o tutto insieme.

 

Sono tante le cose che potremmo dire di avere imparato in questi ultimi 15 anni, come il fatto che la pura vendita degli spot sia ormai attività superata, dato che concessionarie e centri media per competere sono diventati essi stessi consulenti e creativi, finanche realizzatori di contenuti. Così come abbiamo scoperto di avere una chance come produttori di serialità di stampo internazionale. Nessuno lo avrebbe mai detto guardando le fiction che andavano in onda nei primi anni 2000. Certamente, con l’avvento prima di Sky & company (da Fox a Discovery passano per Viacom e Sony) e poi di Netflix & soci, il nostro è diventato un mercato più internazionale, ma è altrettanto vero che ci siamo scoperti più piccoli: gli editori italiani sono un’infinitesima parte considerando le imponenti mergerizzazioni che si sono registrate e si stanno registrando (vedi l’affaire Disney-21st Century Fox) a livello globale. Per non parlare delle concentrazioni verificatesi sul fronte della produzione dei contenuti nel recente passato. Insomma, molto è successo e molto deve ancora accadere in Italia. Soprattutto, quando sarà sciolto il nodo relativo al nuovo assetto societario di Sky e, ancora di più, con la risoluzione dello stallo tra Mediaset e Vivendi. Due incognite che, una volta risolte, non mancheranno di produrre importanti riflessi sul mercato che andremo a raccontare nei prossimi 15 anni.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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