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In questo numero di Tivù si torna spesso sulla recessione che sta interessando, così come tutti gli altri comparti economici, il business televisivo. Quello del venir meno delle risorse pubblicitarie e della necessità per broadcaster e società limitrofe di operare dei tagli per compensare i mancati introiti adv, è ormai un fil rouge che attraversa e lega tutti i settori. A parlarne sono il personaggio di copertina Marco Muraglia, presidente della Consulta Media di Assocomunicazione, come due docenti di economia dei media, Gianni Celata e Daniele Doglio, più i presidenti di Endemol Italia, L.a.r.a. e Sact. Sono diversi gli spunti che chi vive direttamente questa crisi e chi la analizza dal di fuori forniscono al dibattito. Che potrebbero riassumersi nell’assunto che, se i tagli sono necessari, altrettanto necessariamente occorre cambiare punti di vista. Nel senso che non si può pretendere di continuare a navigare seguendo le solite rotte in un mercato mondiale che sta subendo un maremoto fin dalle sua fondamenta. E lo stato di allarme che si respirava al recente MipTv di Cannes ne è stata una conferma. Il rischio è che alla fine della tempesta – ammesso che si sopravviva ai marosi – ci si possa ritrovare in alto mare o su lidi sconosciuti con uno scafo non più in grado di percorrere le nuove vie tracciate sulle mappe televisive da chi non si è semplicemente limitato a subire gli eventi. Quanto viene chiesto è che non si approfitti della contingenza economica per cambiare gattopardescamente tutto affinché alla fine nulla cambi. Perché intervenire sugli effetti senza eliminare le cause serve semplicemente ad attenuare i sintomi. In breve, questa crisi potrebbe essere l’occasione che il mercato televisivo italiano da tempo cercava per spingersi a modernizzare i propri processi produttivi. Come? Le aree di potenziale intervento allo scopo di ottenere più efficienza sono diverse. E, almeno in parte, presuppongono anche una rinnovata impostazione che va verso una ridefinizione della linea editoriale in un’ottica più industriale. Si potrebbe partire, per esempio nella fiction, col rendere eccezionali le miniserie da due puntate (invece il piano 2009 di RaiFiction ne prevede ben 13), la cui brevità non consente di ammortizzare costi fissi come quelli di scenografie e tecnologie, per non parlare del fatto che un simile formato – dovendo assicurare un immediato impatto sul pubblico – deve ingaggiare interpreti già noti e quindi sborsare cachet spesso fuori mercato. Non guasterebbe poi accelerare e rendere certi i tempi di messa in onda: troppo distanziati rispetto alla fase di produzione che – nei casi di lunga serialità – impediscono eventuali aggiustamenti in corso d’opera. Per non parlare del fatto che ancora per gran parte delle produzioni viene utilizzata la pellicola, mentre negli Usa si ricorre ormai esclusivamente all’alta definizione. Margini di ottimizzazione anche nell’entertainment, se si scegliessero format che non richiedono l’allestimento di faraonici studi, e se si pensassero – già in fase di scrittura – programmi declinabili sulle varie piattaforme con applicazioni interattive a pagamento.

E poi c’è da dire che broadcaster e produttori italiani trascurano l’export a beneficio dell’import, e quando non lo fanno svendono per poche centinaia di euro ore di trasmissione, mentre acquistano a migliaia. Infine, si potrebbe ricordare come gli scarsi quanto poco coraggiosi investimenti in ricerca e sviluppo abbiano posto ai margini la creatività italiana rispetto non solo a quella britannica, ma addirittura a quella tedesca.

Certo, cambiare, innovare, muoversi.. quando tutto intorno a sé traballa potrebbe sembrare un azzardo, ma – come diceva Erica Jong – non è forse quando non si rischia nulla che si rischia di più?

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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