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Anec e Anem, fine di un’intesa mai nata?

È forse arrivato il momento di accettare un evidente dato di fatto. L’esercizio non sarà mai più riunificato sotto una stessa sigla. Soffriamo nel dirlo, ma è così ormai da diciotto anni. Ricordiamo tutti il 2000 come una stagione traumatica per il mondo delle sale. La nascita dell’Anem, guidata da Carlo Bernaschi, che lasciava così la storica Anec, decretando la prima scissione nel mondo dell’esercizio. Una separazione che causò un solco profondo e doloroso, non solo associativo ma anche imprenditoriale, con il mondo dei circuiti a gravitare attorno all’Anem e l’articolata galassia dell’esercizio tradizionale, fedelmente legato all’Anec. Da quel momento, e a fasi più o meno cicliche, si è spesso tornati a dire quanto la divisione in due associazioni fosse assurda, frutto anche di personalismi, e che l’esercizio, se unito, avrebbe potuto porsi in modo molto più efficace anche nei confronti delle istituzioni, facendosi sentire come categoria. E allora via a elaborare piani di riunificazione, riavvicinamento o anche di federazione tra sigle diverse. Poi, chissà come mai, sul più bello questi piani sono sempre saltati. Non interessa dire qui di chi sia stata la colpa o chi abbia preso le decisioni. Ma il dato è questo: tutti i tentativi sono falliti. Diciamolo: forse perché non ci si è mai creduto abbastanza, a parte chi – pochi per la verità – si era impegnato perché questa riunificazione si concretizzasse.

 

Invece, nel corso degli anni abbiamo visto l’Anem fare la spola tra Anica e Agis per poi fare di nuovo ritorno nella sede di Via Regina Margherita qualche mese fa. Segno questo di un distacco ormai consumato con il mondo Anec. Mai dire mai, per carità, ma sembra proprio che le due sigle si muovano su binari paralleli. L’Anem, che ora è un’associazione aderente all’Anica, prova così a consolidare il legame con il presidente Francesco Rutelli (riuscirà però a far sentire la sua voce dovendo confrontarsi con sezioni forti come quelle dei distributori e dei produttori?) mentre l’Anec sta vivendo una fase non facile, con importanti sigle che ne sono uscite e in cui le divisioni interne rischiano di rallentarne il lavoro. E allora torniamo alla considerazione iniziale. Forse è inevitabile che Anec e Anem proseguano separate: sono in sedi diverse, hanno visioni spesso contrapposte, si rivolgono a imprenditori che hanno esigenze e modelli di business diversi. Basta con illusioni e discorsi che poi cadono nel vuoto. Che ognuno vada avanti per la sua strada. Certo fa molto male (abbiamo sempre auspicato il superamento delle divisioni nell’interesse del mercato) ma almeno ci sarebbe un po’ più di chiarezza.

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Stefano Radice



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