e-duesse.it / Editorial(ist)i / Vito Sinopoli

navigation

Per la serie, meglio essere antipaticamente sinceri, che simpaticamente falsi, voglio condividere con voi una scoperta che mi riguarda. Ed è che mi sono reso conto di essere – probabilmente – un retrogrado; o meglio, ho capito che per alcuni sarei da considerare tale, e che questa scoperta – anziché assillarmi – mi lascia del tutto indifferente. Anzi, mi fa dire «meglio retrogrado che ipocrita». Intendiamoci, non è che sia uno di quelli a cui piace risultare insopportabile a tutti i costi, tanto per darsi una visibilità, ma sono convinto che il permissivismo abbia superato da tempo i livelli di guardia.
Per esempio, vogliamo dircelo o no che abbiamo allevato una o due giovani generazioni abituate ad avere tutto presto e facile? Vogliamo dircelo o no che il fulmineo e subitaneo sviluppo tecnologico via web ha abituato molti (troppi) a pensare che tutto sia loro dovuto “a gratis”? Vogliamo dircelo o no che non esiste che la produzione creativa sia da considerare bene comune (e quindi espropriabile dal primo che passa in Rete), mentre se mi rubano il cellulare o il portafoglio il tizio che lo fa è un ladro? Un hacker rimane un hacker, un pirata resta un pirata, così come un mariuolo è un mariuolo. Mettetela come volete ma, per me, le prime due categorie, tanto quanto la terza, devono assumersi le conseguenze delle loro azioni, anziché essere raccontate al mondo alla stregua di eroi anti-sistema.
Siamo nell’era della de-responsabilizzazione: genitori che giustificano i figli anche quando dovrebbero dargli magari due calci nel sedere, e che si lamentano poi che gli stessi – all’alba dei trent’anni – non trovino un lavoro all’altezza delle loro “indubbie” (almeno per loro) capacità. Quanti se ne presentano in azienda carichi di master (lautamente pagati da mamma e papà), e visibilmente cresciuti e pasciuti a un livello tale per cui non sarebbero capaci di affrontare non dico una crisi aziendale, ma un banale imprevisto? Sono gli stessi per i quali socializzare per ore via web con gli amici durante il lavoro per organizzarsi l’aperitivo o il weekend, rappresenta ormai un diritto quasi sancito dalla (loro personale e immaginaria) Costituzione repubblicana.
Sto esagerando? No, è pura esasperazione. Perché sono molto preoccupato che un tale livello di libertarismo un tanto al chilo abbia permeato anche chi ci governa e dovrebbe far rispettare le leggi e i frutti dell’onesto lavoro dei cittadini. Mi preoccupa che due vicepremier come Luigi Di Maio e Matteo Salvini si siano schierati nella tutela del copyright al fianco dei colossi online made in Usa, anziché con l’industria culturale del proprio Paese. Per quanto mi sforzi di capire, la trovo una posizione senza senso, o forse lo è per me che – come su detto e ammesso – sono solo un antipatico retrogrado.

Vito Sinopoli


Nato a: Rho (MI) il 15/03/1964.

In Editoriale Duesse da: sempre.

Esperto in: NIENTE.

Quando non scrive su Business People si occupa di: sto con i miei ragazzi, leggo fumetti, vado al cinema, sento musica e vedo gente.

Cosa gli piace: mia moglie, correre, frequentare mostre e musei, la musica black.

Non ama: i moralisti, i giornalisti tromboni, i reality, i logorroici.

Il film rivisto piĂą volte: IL PADRINO.

L'artista musicale preferito: Stevie Wonder e David Bowie.

Il libro: le lettere di Berlicche (CS Lewis)


Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30 31