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È un anno difficile, come altri già vissuti in passato. Ma è anche un anno in cui tanti fatti sono accaduti: la legge cinema è ormai in pieno vigore, Venezia ha selezionato sei titoli targati Netflix (di cui tre nel concorso principale) e, al momento di andare in stampa, non sappiamo ancora se la piattaforma svod sarà presente alla Festa del Cinema di Roma e come. Il caso di Sulla mia pelle di Alessio Cremonini (anche questo di Netflix e a Venezia) ha fatto discutere, riaprendo il tema di nuove modifiche della legge cinema nella parte relativa al rapporto tra film, festival e successivi sfruttamenti. Associazioni e operatori stanno lavorando alacremente per realizzare il prima possibile il piano triennale per rilanciare le prossime estati: posizionamento dei film più importanti, una campagna creativa che davvero invogli ad andare in sala e la ricerca di un main sponsor che creda nell’iniziativa. Si attendono annunci importanti. Aumenta anche la produzione di film italiani grazie alla nuova legge. Di fronte a questi primi cambiamenti, perché di tali si tratta, occorre capire cosa accadrà in futuro e avviare una riflessione che apra a domande serie.
Ad esempio, ha senso moltiplicare i film italiani piccoli e medi (i dati Mibac presentati al Lido hanno certificato che si sta andando verso una riduzione del budget medio di produzione), o è meglio realizzare meno film ma più forti? Forse alcuni produttori in possesso di buoni soggetti potrebbero unire le forze per costruire potenziali grandi incassi.
Veniamo, poi, alla questione Netflix. Offrire tutto questo spazio alla piattaforma nei festival aiuta l’industria?
Forse no. Netflix fa il suo gioco. Deve far parlare di sé e continuare ad allargare la base di abbonati affinché il modello di business possa restare in piedi. Altrimenti cosa accadrebbe dopo aver investito centinaia di milioni di dollari per la produzione mondiale? Anche per questo ha iniziato a investire sui grandi autori che, finora, hanno realizzato film di scarso interesse commerciale, poco attrattivi per le major. Autori che, pur di vedere prodotti loro film, hanno accettato l’uscita solo sulla piattaforma anche se poi si sono premurati di dichiarare che i loro prossimi film dovranno assolutamente uscire prima in sala.
Netflix poi non rilascia mai dati trasparenti sul numero di abbonati, sulle reali visioni di ciascun film (non i click dei molti che dopo 5 minuti cambiano titolo...) e sull’effettivo andamento del servizio in ciascun Paese.
Sarà una lunga battaglia per chi crede nella visione dei film sul grande schermo, anche perché il tempo libero di tutti, giovani a adulti, è sempre più frammentato tra attività sportive, interessi personali, videogame, Internet in senso largo (informazioni, video musicali, ecc...). E gran parte della fruizione, ormai, passa attraverso i device che ci accompagnano quotidianamente.
Abbiamo già osservato industrie travolte, e praticamente scomparse, che hanno sottovalutato lo sviluppo degli OTT aprendo loro le porte, perché inizialmente hanno portato più soldi e maggior visibilità (oggi sia a Festival che alle aziende). Non vogliamo essere retrogradi o difensivisti. Vediamo le importanti trasformazioni che l’industria audiovisiva sta vivendo e ne abbiamo sempre parlato, con apertura e senza pregiudizi. Però dissentiamo da tutti coloro che parlano di esperienza cinematografica come qualcosa di nostalgico, che fa parte del passato. Fino a prova contraria, il grande schermo è il presente e il perno della filiera. Occorre, tuttavia, avere una visione e che gli esercenti siano illuminati, non mollino e, oltre a fare muro sugli spazi che queste realtà digitali vogliono occupare saltando la sala, investano nelle proprie strutture affinché i clienti vivano un’esperienza tale da invogliarli a tornare. Più volte abbiamo fatto esempi di come questa sia una strada percorribile, senza attendere sempre i finanziamenti statali... È, inoltre, importante che si valutino inevitabili compromessi sulle window per quei film che incassano sotto una certa cifra, perché non trovarli - al cinema o negli altri canali di sfruttamento – significa permettere ad altri, con molti mezzi economici, di approfittarne. Ed è sempre meglio “governare” i cambiamenti che subirli. A volte rinviare le decisioni può essere fatale. In questo momento l’industria deve essere determinata, unita, ed essere altrettanto decisa nel difendere la centralità della sala attraverso la creazione (finalmente) di una stagione estiva forte che garantisca 12 mesi di incassi, attraverso una capacità promozionale maggiore (aiutati anche da un lavoro di geomarketing da parte dell’esercizio), con una produzione italiana che scopra nuovi talenti, si apra a linguaggi diversi e a storie con tematiche sempre più attuali. Ci sarebbero ancora tanti di esempi da fare ma ci fermiamo qui. Sui prossimi numeri, e attraverso e-duesse.it, apriremo un dibattito ormai sempre più necessario nella speranza che ci si ascolti l’un l’altro, perché non esistono ricette preconfezionate. Ma alcune azioni sono necessarie subito.

P.S. Ci rendiamo conto dell’impatto devastante della pirateria in Italia? Secondo l’analisi Fapav/Ipsos, solo nel 2017 ha causato un danno all’industria audiovisiva di 617 milioni di euro, per un totale di 110 milioni di fruizioni perse.

Vito Sinopoli - Box Office


Nato a: Rho (MI) il 15/03/1964.

In Editoriale Duesse da: sempre.

Esperto in: NIENTE.

Quando non scrive su Business People si occupa di: sto con i miei ragazzi, leggo fumetti, vado al cinema, sento musica e vedo gente.

Cosa gli piace: mia moglie, correre, frequentare mostre e musei, la musica black.

Non ama: i moralisti, i giornalisti tromboni, i reality, i logorroici.

Il film rivisto più volte: IL PADRINO.

L'artista musicale preferito: Stevie Wonder e David Bowie.

Il libro: le lettere di Berlicche (CS Lewis)


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