15 Ottobre 2020  08:23

Perché Netflix non sa fare i film?

Ilaria Ravarino
Perché Netflix non sa fare i film?

Ecco l'articolo pubblicato su Box Office n.18 del 15 ottobre

L'articolo è pubblicato sul numero di Box Office del 15 ottobre

«Gli studios sono abilissimi a creare franchise. Noi, con Stranger Things, abbiamo fatto molto bene. Ma i risultati di un Harry Potter, o di un Guerre Stellari sono ancora lontani». A dirlo è Reed Hastings, Ceo di Netflix, in un’intervista a The Hollywood Reporter in cui ammette la comprensibile difficoltà del colosso di Los Gatos nel replicare, su piccolo schermo, il modello delle saghe hollywoodiane. Eppure quello del franchise è solo un aspetto – il più confessabile – di un problema molto più grande: il rapporto travagliato di Netflix con il cinema. Se infatti le serie Tv targate Netflix sono riuscite, nel giro di sette anni, a imporsi nell’immaginario collettivo e a ritagliarsi un posto nell’ideale mitologia di genere (a partire dalla prima produzione originale del 2013, House of Cards, passando per serie cult come Orange is the New Black,The Crown, Stranger Things, La casa di carta e Narcos), per i film non si può dire lo stesso. I cult sono pochissimi e si tratta, nella maggior parte dei casi, di eccezioni molto particolari.

PUNTARE AL CATALOGO
Scorrendo il catalogo di Netflix non è certo la quantità di prodotto a mancare. Nel solo 2019 la piattaforma ha lanciato circa 2.769 ore di materiale, tra film originali, serie e altre produzioni. Ma quanti, dei film prodotti, sono riusciti a farsi ricordare?
La critica non è stata gentile con molti dei lungometraggi in catalogo, quasi tutti “brandizzati” dal volto di una star: da Bright con Will Smith a Sandy Wexler e The Ridiculous 6 con Adam Sandler, da Velvet Buzzsaw con Jake Gyllenhaal a Mute con Alexander Skarsgård e Paul Rudd, passando per War Machine con Brad Pitt e La fine (How It Ends) con Theo James e Forest Whitaker, o il recente The Old Guard con Charlize Theron, i risultati sono quasi sempre al di sotto delle aspettative. Produzioni che sembrano puntare più al catalogo che al cuore, più alla quantità che alla qualità, più al riempimento di uno spazio esistente che alla ricerca di nuove visioni. Storie che a volte nascono dal nobile tentativo della sperimentazione, arenandosi in mancanza di una scrittura forte, e che, nella maggior parte dei casi, mirano a presidiare nicchie, usando le star come specchietti per le allodole: si offre al pubblico quel che altrove non c’è, teen movie (Sotto il sole di Riccione, The Kissing Booth), fantascienza (L'uomo senza gravità, Bright), horror (Cargo, 1922), B movies (Sharknado, WolfCop), animazione per adulti e persino erotismo soft (365 giorni) facendo leva sul potere attrattivo dello star system. Netflix si propone così di rispondere con i suoi film a tutte le domande inevase dal cinema tradizionale, sottovalutando, o non considerando fondamentale, quel che rende prezioso il lavoro degli artisti: sollevare, più che sanare, gli interrogativi. Se nel campo delle serie Neflix ha saputo spaziare fra i temi, arruolando showrunner di razza e puntando su una scrittura libera e autorevole («Le serie sono il paradiso degli sceneggiatori, non dei registi», diceva Amos Gitai durante l’ultima Mostra del cinema di Venezia), la ricetta standard del film Netflix sembra consistere nel condire un genere aritmeticamente interessante con nomi di peso, generalmente di attori, per attirare l’attenzione dello spettatore nel bacino di un catalogo sterminato.

UN PROBLEMA DI METRICA
Il risultato, come espresso dalla classifica dei film più visti sulla piattaforma (fornita da Netflix a Bloomberg per la prima volta lo scorso luglio) sembrerebbe dare ragione alla strategia. Sono i numeri a parlare: Extraction di Sam Hargrave è stato “scelto” da 99 milioni di utenti nelle prime quattro settimane dal rilascio su piattaforma; Bird Box di Susanne Bier da 89 milioni; Spenser Confidential di Peter Berg da 85 milioni; 6 Underground di Michael Bay da 83. Tutti action movie o thriller, tutti con al centro una star (Chris Hemsworth, Sandra Bullock, Mark Wahlberg, Ryan Reynolds), tutti pubblicati dalla piattaforma negli ultimi tre anni: considerato che Netflix, dal 2018 a oggi, è cresciuta di ulteriori 43.6 milioni di clienti, ogni film che esce di anno in anno può contare su un bacino di utenti più grande. Ma a minare alla base il concetto di “successo” del film Netflix è un valore preciso, quello a partire dal quale si calcola la soddisfazione del pubblico. Da quest’anno, infatti, Netflix ha aggiornato la metrica che determina il gradimento di un film, passando dalla discriminante della durata (prima del 2020 il film, per essere considerato “visto”, doveva essere completato al 70%) a quella della “scelta consapevole”. Ovvero: i film “visti” – come spiegato nella lettera inviata da Netflix ai suoi azionisti, del luglio 2020 – devono essere guardati dall’utente per almeno due minuti. Ovvero il tempo necessario secondo Netflix “per operare una scelta consapevole”, che equivale in una serie a poco più della durata della sigla iniziale, e in un film al tempo per il quale, in una sala, ci si sentirebbe autorizzati a richiedere indietro il costo del biglietto. La nuova metrica, che non appartiene solo a Netflix (è usata, si legge nella lettera, anche dall’iPlayer della BBC e da YouTube), e che avrebbe permesso un incremento del 35% nel calcolo della soddisfazione degli utenti, mette la pietra tombale su ciò che da sempre permette – nel bene e nel male – la misurazione del successo di un prodotto nell’industria dell’audiovisivo: il calcolo del box office. Come si può parlare di successo o di flop, se i dati sono parziali o non comunicati?

CASI PIÙ UNICI CHE RARI
Esistono, naturalmente, delle eccezioni. Ci sono film con cui Netflix è riuscita a imporsi nei festival, a far parlare di sé, a ingolosire i grandi autori. Ma si tratta di casi precisi. In Italia il film con cui la piattaforma ha fatto più rumore è stato Sulla mia pelle di Alessio Cremonini: un film di impegno civile splendidamente scritto, originariamente pensato per il cinema, passato al Festival di Venezia in Orizzonti e finito – non senza polemiche – anche sulla piattaforma, distribuito in contemporanea in sala e su Netflix. Prodotto da Netflix, e pensato per “funzionare indipendentemente su grande o piccolo schermo”, nelle parole del suo autore, Roma di Alfonso Cuarón è stato nel 2018 il biglietto da visita di Netflix nel salotto dei grandi della Mostra del cinema di Venezia (in Concorso): un film spettacolarmente girato in bianco e nero, inattaccabile dal punto di vista critico, con cui la major si è fatta spazio nell’arena dei pesi massimi (strategia ripetuta l’anno successivo, sempre in Concorso al Lido, con Storia di in matrimonio di Noah Baumbach, con Scarlett Johansson e Adam Driver). Impossibile non citare tra i casi eccezionali anche The Irishman di Martin Scorsese, film evento che riuniva Robert De Niro e Al Pacino con il gancio voyeuristico del ringiovanimento ad hoc e la prova muscolare del budget, 159 milioni di dollari. Per la piattaforma un record. Per tutti gli altri, un avvertimento.

LA PROFEZIA DI SPIELBERG
«Una volta che firmi per la Tv, fai un film per la Tv», diceva lo scorso anno Steven Spielberg tracciando una netta linea di demarcazione tra “film Netflix” e film per il cinema. Un’esternazione su cui il regista è dovuto tornare, dopo le proteste del gigante dello streaming e di molti utenti, precisando meglio: «Ognuno deve essere libero di scegliere la propria forma di intrattenimento, su grande o piccolo schermo – ha scritto in una lettera al New York Times – ma mi piacerebbe che le persone avessero ancora voglia in futuro di lasciare i propri pensieri a casa e andarsi a sedere in un cinema, per condividere con gli altri un’esperienza: ridere insieme, piangere insieme, nel buio di una sala». La posizione di Spielberg contiene l’espressione più esplicita del fattore che ancora oggi impedisce alla maggior parte dei film di Netflix di sollevarsi da una sorta di “aurea mediocritas”, che su piccolo schermo permette ai prodotti un dignitoso galleggiamento, ma che su grande schermo si tradurrebbe in un rovinoso naufragio.
Netflix si comporta con i suoi utenti come faceva la tv americana negli anni Cinquanta, servendo nelle case degli abbonati prodotti comprensibili con il tasso più basso possibile di attenzione. una tv in cui il conduttore riassumeva ciò che era accaduto prima dell’interruzione pubblicitaria, e le risate finte nelle sitcom sottolineavano al pubblico a casa – qualora si fosse distratto – la battuta appena pronunciata: lo spettatore doveva essere catturato dalle immagini in movimento senza che gli fosse richiesto eccessivo impegno. Oggi, in un mondo in cui nessuno guarda più la televisione senza fare altro – controllare lo smartphone, ordinare su Amazon, navigare sul web, commentare su un social – è a quel tipo di pubblico che Netflix si rivolge. Il film di Netflix rischia di essere un piacevole sottofondo cui dare una distratta attenzione (due minuti?), un background che colpisca con musiche accattivanti e volti noti, qualche guizzo di visuale e pochissima concentrazione. Solo alla prova della sala, nel buio e nel silenzio di una platea in ascolto, il luccichio della confezione non riesce a nascondere il pacco vuoto.

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